a cura di Luigi Ricci

Febbraio 2020

BASKET

DA RAFFA A RAFFA

basket

(di Luigi Ricci) Ancora una volta a febbraio è arrivato il festival di Sanremo, inesorabile come una cartella dell’Agenzia delle Entrate che però, al contrario della manifestazione canora, almeno è rottamabile. Eppure, lo vogliate o no, perseguitandoci da 70 anni - mica pochi eh? - Sanremo è ormai divenuto parte della nostra cultura: specchio del costume di un’Italia che cambia.

Prendiamo per esempio Roberto Benigni: obiettivamente il suo arrivo con la banda è parso spento e meno destabilizzante del solito, come le battute davanti a un Amadeus che rideva a comando anche perché, salvo la quella del citofono, forse era arrivato dall’alto l’invito al politically correct. Poi è seguita la lettura del “Cantico dei cantici” dalla Bibbia, presentato come sublime celebrazione dell’amore fisico, anche se diversi teologi sostengono si tratti un’interpretazione forzata. Comunque sia, il dotto e misurato intervento sul sesso di Benigni, tema a lui da sempre molto caro, era in linea coi tempi odierni del “Me too” e di un festival di Sanremo votato a ribadire il fondamentale rispetto per le donne.

Però, lasciatecelo dire, questo Benigni un po’ imbalsamato è ben lontano da quello passato. C’è infatti una bella differenza tra quello che scandalizzava esclamando “Wojtylaccio!” e il, pur sempre magistrale, odierno commentatore della commedia dantesca che però ci sembra, come dire, più “allineato”. E qui arriva la considerazione sul cambiamento di costume di cui si diceva prima, confermata su Youtube riesumando il travolgente intervento a Fantastico 12 del 1991, quando Benigni stese a terra Raffaella Carrà, chiamandola bella chiappona e simulando un amplesso, per poi andare al sodo chiedendo cosa avessero le donne per attrarre così l’uomo: “un trattore, un treno, unautostrada, la galleria del Monte Bianco, unazienda che attira luomo!” per poi scendere in platea a chiedere lumi a Piero Angela. Quindi, dopo aver invitato Raffaella a mostrarla (!!!), partì il famoso elenco di sinonimi iniziando “con quei termini delicati, sensibili, poetici”: gattina, chitarrina, passerotta, fisarmonica, mona, picchia per poi lanciarsi in un crescendo rossiniano di crepaccio, pucchiacca, tacchina, topa, bernarda, patonza, gnocca, gnacchera, anonima sequestri, fino ai termini medici vagina e vulva: “quest’ultima però fa un po’ paura quando lo dici. E’ spaventosa”. Quindi toccò all’uomo. E allora pisello, pisellino, pistolino, pipino, che dopo, quando si cresce, diventa randello, banana, asta, verga, mazza, cetriolo, ‘o pesce, uccello, sventrapapere fino a un creativo “più lo mandi giù e più si tira su!”. E poi giù battute sui grandi della terra: “Il mio missile e più lungo del tuo”, addirittura anticipando Donald Trump e Kim Jong Un, proseguendo con la descrizione dei costumi sessuali dei politici culminata con un ipotetico amplesso tra Giulio Andreotti e Paolo Cirino Pomicino. Obiettivamente oggi quel numero con la Carrà sarebbe irripetibile. Ecco dunque come cambiano i tempi. Meglio? Peggio? Fate voi.

Del resto pure la “Raffa” nazionale è un simbolo dell’evoluzione dell’italica morale sessuale. A Canzonissima 1970 il suo ombelico nudo in mostra mentre cantava “Ma che musica maestro” dette scandalo, e nel ‘71 il “Tuca Tuca” venne censurato dopo tre puntate e fu riammesso solo quando lo eseguì con Alberto Sordi. Nel ‘76A far l’amore comincia tu” descriveva una donna spregiudicata che invitava l’uomo a prendere iniziativa, seguita nel ‘78 dalla celebrazione dell’amore libero - quanto è bello far l’amore da Trieste in giù - in “Tanti auguri”. Fino all’apoteosi tra Roberto e Raffa, come già detto, oggi irripetibile.

Ben diversa invece Raffa che è a Rieti. Intanto si chiama Anthony. Niente a che fare col sesso però, solo basket. Al massimo playoff.

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