a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2019

IL DOMENICALE

DA ORSO A DOMENICO, QUINDICI SECOLI DI VESCOVI REATINI

chiesa, storia

(di Massimo Palozzi) Con una solenne messa a San Pietro si chiude oggi il Sinodo per l’Amazzonia al quale papa Francesco ha chiamato a partecipare anche il vescovo di Rieti Domenico Pompili.

A differenza del concilio, che riunisce tutti i vescovi del mondo e studiosi di teologia allo scopo di discutere e regolamentare questioni relative alla dottrina e alla disciplina della Chiesa, il sinodo è un’assemblea di eminenti prelati ed esperti, convocata in aiuto al pontefice su specifici risvolti dell’attività ecclesiale nel mondo.

Oltre che una manifestazione di stima personale, la cooptazione del capo della diocesi reatina nel ristretto novero dei padri sinodali rappresenta un importante segnale di attenzione da parte di Francesco verso la nostra terra.

Il sinodo sull’Amazzonia cade infatti in un momento storico in cui la questione ambientale si è imposta come lo snodo di ogni possibile idea di sviluppo, mettendo in discussione prassi consolidate nella ricerca di nuovi equilibri destinati inevitabilmente a scontrarsi con interessi di lungo corso.

L’iniziativa vaticana ha sollevato un dibattito planetario, ma al di là del merito delle tematiche toccate nelle tre settimane dei lavori, questo sinodo offre l’occasione per ricordare come invece un concilio, quello di Roma del 499, ci abbia lasciato la testimonianza “certificata” del primo vescovo di Rieti.

La tradizione vuole che il processo di cristianizzazione venne avviato da San Prosdocimo, coevo di San Pietro e suo discepolo, che per questo è considerato il fondatore della Chiesa reatina. Prosdocimo fu però attivo per lo più in Sabina e solo da giovane, sviluppando poi la sua missione pastorale soprattutto in Veneto. Non a caso lo si ricorda come primo vescovo di Padova sul finire del I secolo.

L’ipotesi che Prosdocimo avesse in qualche modo contribuito all’evangelizzazione dei territori al di fuori dell’area sabina, dove almeno dal V secolo esistevano le tre distinte diocesi di Forum Novum (Vescovio, che deriva il toponimo moderno proprio dall’essere stata sede episcopale), Cures (tra Passo Corese e Farfa) e Nomentum (Mentana), prese corpo quando nel Medioevo la città di Rieti coniò delle monete con la sua effigie. Per quanto suggestiva, la teoria è stata respinta dalla storiografia moderna, pur essendo il santo annoverato nel calendario diocesano dove viene ricordato il 7 novembre.

Resta comunque una figura illustre. A rimarcarne l’importanza, un suo seicentesco ritratto dipinto da Vincenzo Manenti campeggia nella lunetta di uno dei portali della cattedrale di Santa Maria Assunta, significativamente sottolineato dall’epigrafe “S. PROSDOCIMUS ECCLESIAE REATINAE FUNDATOR”. Un altro affresco dello stesso artista orna all’interno la cappella di San Rocco (dove nel 1966 furono traslate dal cimitero cittadino le spoglie incorrotte del Venerabile Massimo Rinaldi a venticinque anni dalla morte), mentre una statua realizzata in suo onore nel 1716 da Lorenzo Ottoni si trova in una delle quattro nicchie della cappella di Santa Barbara.

Data la vicinanza con Roma, è assai verosimile che l’introduzione del nuovo culto fosse avvenuta a Rieti già in epoca apostolica. La prima attestazione storicamente certa della diocesi risale tuttavia all’ultimo anno del V secolo, sotto l’egida del vescovo Orso, da cui prende quindi avvio la cronotassi ufficiale, benché già a partire dal 491 le carte parlino di un vescovo Probiano, che secondo taluni coinciderebbe in realtà con il San Probo vissuto nella seconda metà del VI secolo.

Sebbene al suo posto firmò i documenti conciliari il vescovo Rosario di Sorrento, Orso compare come titolare della sede reatina durante quell’assise convocata da papa Simmaco per regolare la designazione del successore di Pietro, dopo che l’anno precedente la sua nomina si era scontrata con la contestuale elezione dell’antipapa Lorenzo appoggiato dalla fazione bizantina. Nel caso specifico la questione venne risolta a favore di Simmaco dal re dei Goti Teodorico, sulla base di un salomonico duplice criterio di oggettività: l’anzianità di ordinazione nella carriera ecclesiastica e la maggioranza di sostenitori a suo favore.

Per evitare il ripetersi di situazioni simili, il nuovo papa indisse un concilio che si tenne nella basilica di San Pietro il marzo di 1520 anni fa e al quale prese parte pure il vescovo Dolcizio di Sabina. Dei lavori si sono conservati gli atti con i nomi dei partecipanti, fermati così per la prima volta in materiale storico di sicura attribuzione.

Sulla cattedra episcopale reatina a Orso succedettero dapprima Catello, menzionato nel 559, quindi Probo, che visse e operò poco prima del pontificato di San Gregorio Magno, eletto papa il 3 settembre 590 e al quale si deve tra l’altro l’unificazione delle diocesi sabine di Cures e Nomentum. Anche Probo fu elevato agli onori degli altari e della sua vicenda terrena parla proprio Gregorio in un breve passaggio del quarto libro dei Dialoghi, scritti nel 593. Si tratta dell’unico testo pervenutoci su questo religioso, dove viene riportato il racconto delle circostanze della sua dipartita fattone dal nipote omonimo, che all’epoca era monaco e abate a Roma.

Il brano ricorda come persino in punto di morte il vescovo reatino, già in odore di santità, si preoccupasse più di coloro che lo assistevano che di se stesso. Nonostante fosse gravemente debilitato, all’arrivo della sera esortò il padre Massimo e i medici a congedarsi da lui per la cena e un po’ di riposo. In sua compagnia rimase solo un ragazzo. D’un tratto, nella stanza apparvero due personaggi vestiti con abiti candidi e risplendenti di luce. Il giovane si spaventò, ma Probo lo rassicurò dicendogli di aver riconosciuto i martiri Giovenale ed Eleuterio che erano venuti a trovarlo.

Comprensibilmente turbato da quel prodigio, il ragazzo corse al piano superiore dell’episcopio per avvertire gli altri. Quando tornarono da Probo, essi non poterono però far altro che constatarne il decesso. Il significato della visione fu subito chiaro: i due martiri erano scesi ad assistere il presule nel momento del trapasso per condurre la sua anima in Paradiso.

Dall’incrocio delle testimonianze è possibile desumere che Probo morì non in tarda età attorno al 570. Quando, il 9 settembre 1225, papa Onorio III consacrò la basilica superiore della cattedrale, ne ripose le reliquie nella cripta, a sua volta consacrata il settembre 1157.

San Probo di Rieti è celebrato il 15 marzo, anche se in alcuni martirologi il giorno della festa risulta il 15 gennaio.

Da quel primo vescovo e fino al magistero dell’attuale monsignor Pompili, in questi quindici secoli si sono avvicendati alla guida del clero e dei fedeli reatini moltissimi presuli. Tutti, per un verso o per l’altro, meriterebbero adeguata attenzione. Qui ci limitiamo a ricordare i quattro (Mario Aligeri Colonna, Giovanni Battista Osio, Marcantonio Amulio e Mariano Vittori) che intervennero al cruciale Concilio di Trento convocato nel 1545 per reagire alla diffusione della riforma protestante. Lo zelo con il quale misero in pratica il nuovo indirizzo tridentino è idealmente racchiuso nell’istituzione del seminario nella duecentesca piazza del Leone, l’odierna piazza Oberdan, il primo ad essere fondato nel mondo (se si esclude il piccolo e certamente minore per importanza seminario di Larino, in provincia di Campobasso, che lo anticipò di appena quattro mesi).

L’inaugurazione si tenne il 4 giugno 1564 e per l’occasione papa Pio IV concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori della cappella.

In quello stesso seminario studiò il già citato Massimo Rinaldi, di cui ricorre il 150º anniversario della nascita, avvenuta nel popolare quartiere di Porta Conca il 24 settembre 1869. Considerato il secondo fondatore morale degli Scalabriniani e a lungo missionario in Brasile, il 19 marzo 1925 fu consacrato vescovo di Rieti, dove esercitò il suo ministero fino al giorno della morte che lo colse a Roma il 31 maggio 1941 nella casa generalizia della Congregazione da lui stesso fatta costruire.

A monsignor Rinaldi va reso merito per molte cose, compresa la collocazione nel 1927 sul sagrato settentrionale della cattedrale, in piazza Mariano Vittori, della statua di San Francesco opera dello scultore reatino Cristo Giordano Nicoletti, in occasione del VII centenario della scomparsa dell’Assisiate.

Il 25 gennaio 1991 l’allora vescovo Giuseppe Molinari aprì il processo diocesano per la sua canonizzazione e il 19 dicembre 2005 papa Benedetto XVI lo ha dichiarato Venerabile.

 

27-10-2019

 

 

condividi su: