Giugno 2020

CRISI IDRICA, È ALLARME ACQUA

(di Massimo Palozzi) A nove anni dal referendum sull’acqua pubblica, si celebra oggi la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità. Una tendenza che paradossalmente sta interessando anche il Reatino, nonostante il territorio sia ricco di risorse idriche. Ricco ma con una storia travagliata alle spalle, se solo a febbraio 2018 è stato raggiunto un accordo a livello regionale per chiudere l’antica questione dei risarcimenti dovuti per la captazione delle acque a favore della Capitale.
In soldoni, la Convenzione per l’interferenza d’ambito stabilisce un ristoro economico di 224 milioni di euro spalmati in trent’anni: 7 milioni per il 2018 e altrettanti per il 2019; 7,5 per ognuno dei successivi fino al 2047 compreso. I fondi sono tuttavia vincolati a investimenti per opere e lavori a impianti di depurazione, fognatura e collettamento, nonché per la loro manutenzione straordinarIa all’interno delle aree di salvaguardia del sistema acquedottistico Peschiera-Le Capore in cui ricadono 32 comuni della provincia. A parere del presidente di Acqua Pubblica Sabina, Maurizio Turina, ciò permetterà comunque di evitare che i costi per questo genere di interventi vengano caricati sugli utenti. La precisazione è stata diffusa in risposta a diversi rilievi mossi agli importi fatturati dalla stessa Aps in applicazione delle tariffe decise dalla Conferenza dei sindaci il 23 ottobre 2018. Le nuove modalità di calcolo hanno infatti prodotto vistosi rincari, acuiti dal fatto che le ultime bollette sono lievitate per l’addebito dei primi conguagli relativi al biennio 2018-2019.
Con una nota diffusa lunedì, Postribù ha riproposto dal canto suo il tema dello sfruttamento delle acque reatine da parte di Acea, società mista pubblico-privata il cui capitale è detenuto per il 51% da Roma Capitale e per il resto da diversi soggetti italiani e stranieri. L’associazione ecologista è tornata ancora una volta a paventare il ripetersi del denunciato “disastro ambientale” che ha già colpito le sorgenti Le Capore e il fiume Farfa e che alla luce degli ultimi provvedimenti rischia di estendersi alle sorgenti del Peschiera e al Velino. Il riferimento è alla concessione di derivazione d’acqua rilasciata ad Acea e Campidoglio giusto un anno fa dalla Regione e che Postribù ritiene viziata nel suo iter amministrativo. L’iniziativa aveva fin da subito suscitato malumori in provincia, anche perché si inseriva nel quadro emergenziale scaturito dal blocco ai prelievi nel lago di Bracciano imposto nel 2017 per gli effetti di una stagione particolarmente siccitosa (tutti ricordano l’impressionante riduzione del livello delle acque determinata dalla combinazione tra il lavoro delle pompe e la scarsità di piogge). Ora gli attivisti scendono di nuovo in campo per opporsi a quello che definiscono “prelievo indiscriminato di acqua che provoca il quasi completo prosciugamento del fiume Farfa e l’aumento del rischio di dissesti idrogeologici, lasciando nel frattempo a secco interi centri abitati della Sabina”.
Il tutto mentre a causa delle inefficienze del sistema va sprecato il 44% dell’acqua gestita da Ato 2, l’Ambito territoriale ottimale di riferimento di Roma e altri 110 Comuni del Lazio: all’incirca la stessa quantità di quella attinta dal Peschiera, per il quale è invece previsto il raddoppio dell’acquedotto con il fine di aumentare la portata in uscita dal Velino di ulteriori 4 metri cubi.
Insieme al Comune di Casaprota, la stessa Postribù ha presentato ricorso al Tribunale superiore delle acque pubbliche per chiedere l’annullamento della determina regionale del 10 giugno 2019. Nel frattempo, analoghe manifestazioni di dissenso stanno mobilitando all’opposto la popolazione dei quartieri del quadrante settentrionale di Roma. I residenti sono preoccupati per la prossima accensione del depuratore finito di costruire a novembre 2018, grazie al quale saranno rese potabili le acque del Tevere. La realizzazione del piano è stata affidata ad Acea, nell’ambito di un doppio intervento programmato a seguito del sequestro disposto nel giugno del 2011 dalla magistratura per ripetuti malfunzionamenti del depuratore di Roma Nord. Il primo impianto è stato allestito nella zona di Grottarossa e perfino inaugurato, anche se non è ancora entrato in funzione in attesa delle analisi dell’Arpa che dovranno stabilire l’effettiva potabilità delle acque trattate. Costato ufficialmente 7 milioni e mezzo di euro (altre stime parlano di 12 milioni), punta alla sanificazione di circa 500 litri al secondo, pari a 43mila metri cubi al giorno.
Il secondo potabilizzatore è invece ancora allo stadio progettuale. Si sa comunque che sarà cinque volte più grande del primo e dovrebbe sorgere non lontano. Se e quando il sistema verrà messo in esercizio, le due strutture saranno in grado di produrre complessivamente 259mila metri cubi di acqua al giorno, cioè poco meno della metà del totale distribuito quotidianamente a Roma. Considerando il livello e la qualità degli inquinanti, molti la ritengono una missione impossibile. Per nulla entusiasti di bere l’acqua del Tevere, i romani preferiscono continuare a dissetarsi con quella delle nostre sorgenti e puntano il dito contro le perdite delle condotte verso le quali dovrebbero invece indirizzarsi opere e relativi finanziamenti. 
Il problema comunque esiste. La primavera che si avvia a conclusione è stata la più secca degli ultimi 60 anni. Secondo l’analisi di Meteo Expert-Meteo.it, su scala nazionale si è registrata una diminuzione delle piogge del 60% pari, per intenderci, all’intero lago di Como. Da gennaio sull’Italia le precipitazioni sono state poco più della metà del normale, con forti ripercussioni sulla portata di laghi e fiumi. Le regioni del nord risultano le più colpite, con un deficit di pioggia del 70%, ma anche il centro e il sud soffrono una forte anomalia, con tassi negativi rispettivamente del 59 e 41%. Un trend oggettivamente preoccupante in vista dell’estate ormai alle porte.

17_06_20

condividi su: