a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2020

IL DOMENICALE

COSA INSEGNA LA RIVOLTA IN CARCERE

società

(di Massimo Palozzi) Il Covid-19 è appena arrivato in città, ma ha già fatto le prime vittime. Sono i quattro detenuti morti e i sei ricoverati in condizioni gravissime a seguito della rivolta scoppiata lunedì e proseguita per i successivi due giorni nel carcere di Vazia, in concomitanza con altre decine di istituti di pena.
A Rieti il bilancio è stato particolarmente grave, tanto per i costi umani quanto per le devastazioni alle infrastrutture e agli arredi (secondo solo alle sette vittime di Modena).
Si tratta di un effetto collaterale dell’emergenza coronavirus tutto sommato inatteso, in considerazione del basso livello di pericolosità dei ristretti e della marginalità rispetto al circuito carcerario nazionale. Quella nostrana è infatti una “casa circondariale”, in cui sono cioè detenute persone in attesa di giudizio o condannate a pene inferiori ai cinque anni o con un residuo infraquinquennale.
La contemporanea esplosione di violenza in tanti istituti lascia ragionevolmente supporre che dietro ci sia stata una regia. Questa emergenza nell’emergenza ha in ogni caso collocato l’intero sistema di fronte alle sue reali capacità di tenuta. E nel suo piccolo, anche il microcosmo reatino è stato messo alla prova nel primo vero stress test a cui viene sottoposto.
Il penitenziario di Vazia è stato inaugurato appena undici anni fa, nel 2009, ed è uno dei più nuovi nell’obsoleto panorama italiano. Ha preso il posto dell’anacronistico istituto di Santa Scolastica, ricavato in uno storico complesso di via Terenzio Varrone, che non disponeva nemmeno della sezione femminile.
La sua costruzione non fu né facile né rapida. Il decisivo impulso politico arrivò alla fine degli anni Novanta, incontrando però l’onda lunga di una resistenza di merito fondata sulla preoccupazione che sarebbe stato un “supercarcere” destinato ad ospitare numerosi detenuti, tra i quali pericolosi criminali. Si temeva che la loro presenza avrebbe attirato la frequentazione di parenti, amici e sodali potenzialmente legati ad ambienti malavitosi anche di spessore e capaci quindi di estendere la loro sinistra influenza su un territorio fondamentalmente sano.
L’idea di base era al contrario costruire una struttura dimensionata alla realtà locale, che non avesse un grosso impatto sociale e che al contempo liberasse il vecchio complesso ormai sorpassato e difficile da gestire (si pensi solo alle difficoltà della semplice traduzione dei detenuti), dando pure un po’ di linfa all’economia, posto che l’edilizia penitenziaria era di fatto l’unica prospettiva praticabile per ottenere a Rieti un’opera pubblica di qualche consistenza.
L’ipotesi supercarcere non fu in realtà mai presa in considerazione e i successivi passaggi hanno infatti determinato, dopo una lunga sospensione, la realizzazione di una struttura al livello più basso nella gerarchia delle tipologie in cui sono suddivisi gli istituti secondo la gravità delle condanne.
A dispetto della sua breve vita, il carcere reatino è stato comunque più volte al centro di segnalazioni da parte sia di osservatori esterni sia, soprattutto, dei sindacati che da tempo lamentano condizioni di estrema difficoltà collegate al sovraffollamento e agli scarsi mezzi in termini di dotazioni umane e strumentali.

Proprio a fine gennaio era apparsa chiara l’insostenibilità dei numeri resi noti dal ministero della Giustizia e riferiti al 31 dicembre 2019, secondo i quali nel Lazio sono 6.566 i detenuti nei 14 istituti della regione, con un’eccedenza di ben 1.319 rispetto al massimo consentito. Quanto al Nuovo Complesso di Vazia, a fronte dei 295 posti previsti, risultavano 372 detenuti, di cui 201 stranieri, con 77 reclusi in eccesso (il 26 per cento in più).
Solo pochi mesi prima, alla fine di ottobre dello scorso anno, una maxi operazione di controllo delle celle aveva condotto al rinvenimento e al sequestro di due telefoni cellulari e svariate pastiglie. La perquisizione straordinaria aveva consentito di bonificare gli ambienti, facendo comunque nascere pesanti interrogativi su come certo materiale fosse stato in grado di penetrare all’interno. Il che porta ad affrontare il nocciolo della questione. La scintilla che ha fatto scoppiare le rivolte di questi giorni sono state senz’altro le restrizioni ai colloqui, decise per arginare l’epidemia da coronavirus. In molti hanno tuttavia pensato che l’insofferenza non fosse riconducibile solo al contenimento affettivo, quanto al taglio di canali sotterranei di rifornimento.
I morti e i ricoverati a seguito della violenta protesta sono stati infatti causati da overdose di metadone e altri farmaci saccheggiati nell’infermeria del carcere. In questo quadro non appare casuale che la vasta operazione di un mese fa, denominata “Angelo Nero”, abbia disarticolato proprio un gruppo criminale di immigrati africani attivi nell’organizzazione di un ampio giro di spaccio.
La prevalenza di ristretti per reati di droga trascende allora il drammatico problema del sovraffollamento, tenuto conto nello specifico che la struttura reatina è stata tra le capofila di un’innovativa forma di detenzione partita nel 2013. Stiamo parlando della sorveglianza dinamica e del sistema a custodia aperta, che consiste nel garantire ai detenuti l’opportunità di restare fuori dalla cella per gran parte della giornata, sotto un controllo meno stringente degli agenti in servizio. È una modalità di applicazione del regime carcerario mirata ad alleviare gli effetti della privazione della libertà, badando al contempo alla riduzione del personale di sorveglianza e delle spese connesse.
Gli ultimi accadimenti sembrano purtroppo mostrare il fallimento di queste pratiche, come peraltro denunciato da tanti sindacalisti appartenenti a sigle diverse. Le fonti sono autorevoli, ma in casi del genere occorre un sovrappiù di freddezza prima di rischiare di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, travolgendo magari pratiche trattamentali e protocolli di lavoro che hanno invece dato buoni frutti.
Di fronte alle immagini dell’edificio in fiamme e dei detenuti sul tetto, la più diffusa reazione immediata è stata quella della linea dura. La violenza è d’altra parte intollerabile, tanto più se proviene da chi ha già dei conti da regolare con la giustizia. A maggior ragione pensando a quei preziosissimi posti della terapia intensiva del “de’ Lellis” occupati dai rivoltosi in overdose.
Al di là dell’aspetto puramente criminale della vicenda, l’ottusa applicazione del principio del contenimento dei costi fa emergere ancora una volta la scarsa lungimiranza dell’approccio ragionieristico: vale per la sanità, per la ricerca, per l’istruzione, per la sicurezza e vale allo stesso modo per l’universo carcerario.
Questa specifica esperienza, insieme al bilancio delle molteplici attività svolte finora, dovrà allora necessariamente guidare gli esperti a trarre le dovute conclusioni e la politica ad operare nuove scelte in tema di esecuzione della pena, possibilmente senza perdere l’ambizione di stimolare i reclusi a sviluppare il lato migliore della loro personalità, nell’ottica di quell’auspicata funzione rieducativa cui, Costituzione alla mano, dovrebbe tendere la pena.
Adesso l’opinione pubblica è sconcertata e soprattutto smarrita. Sarebbe però estremamente pericoloso cavalcarne le pulsioni primarie, perché il recupero sociale dei condannati (almeno quelli concretamente redimibili) conviene non solo a loro ma a tutti quanti noi, nonostante occorra uno sforzo di visuale maggiore che nell’immediato è difficile da comprendere. Ciò non vuol dire che in caso di necessità non si debba intervenire con tutta la risolutezza e il rigore consentiti dall’ordinamento, anche per non lasciar passare il messaggio che il paese è preda di una sostanziale anarchia, a cominciare proprio dai luoghi che dovrebbero essere di massima sicurezza. Significa solo che procedere per dogmi non conviene a nessuno e che le soluzioni estreme in un senso o nell’altro raramente funzionano.


15-03-2020

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