a cura di Massimo Palozzi

Marzo 2020

IL DOMENICALE

CORONAVIRUS (E NON SOLO): A CHE SERVONO LE REGIONI?

regione, salute, sanità, società

(di Massimo Palozzi) Sebbene non si siano registrati contagi, il ciclone coronavirus ha ovviamente monopolizzato anche la settimana reatina. Non ci tratterremo su argomenti medico-sanitari, giacché il filone è e continua ad essere sviluppato in ogni dove. Ci sono tuttavia alcuni aspetti collaterali in tema di ruoli e competenze che meritano qualche approfondimento.

Con l’introduzione nel 1978 del sistema sanitario nazionale, il sindaco è diventato la massima autorità in materia sul suolo comunale. La legge gli conferisce vari poteri, tra cui quello di emanare ordinanze urgenti e indifferibili in caso di misure che si rendano necessarie a tutela della salute pubblica. La rapida diffusione del Covid-19 ha però dimostrato come le attribuzioni territoriali si risolvano in una mera astrazione quando occorre affrontare criticità che travalicano persino gli stati e i continenti. All’atto pratico gli spazi di manovra per i sindaci risultano insomma molto limitati, non solo perché la loro autorità si esaurisce all’interno dell’ambito comunale, ma soprattutto per il fatto che qualunque azione venga posta in essere non determina alcun effetto in un panorama così interconnesso. Serve quindi un indirizzamento di rango superiore.

Giustamente Antonio Cicchetti ha nei giorni scorsi dichiarato che la macchina municipale è pronta per quanto ricade nelle sue possibilità, invocando però al contempo una catena di comando che decida e diriga le operazioni necessarie. E se al sindaco di un comune capoluogo non rimane che attenersi ad istruzioni centralizzate, figuriamoci cosa può fare quello di un paese di poche centinaia di abitanti, con personale ridotto all’osso e servizi primari condivisi.

Nella scala gerarchica definita dal nostro sistema, l’interlocutore più prossimo ai comuni è la regione, seguita dallo Stato. Di fatto esistono pure le province, che con la riforma Delrio del 2014 sono state però svuotate tanto di rappresentatività democratica quanto di risorse e potestà effettive. Avrebbero dovuto essere soppresse, ma una legge pasticciata le ha mantenute come una sorta di crisalide dopo il volo della farfalla, pur continuando a riservare a questi simulacri di enti pubblici importanti competenze, ad esempio su scuole e strade. Nei fatti sono dunque fuori gioco.

Dal canto loro, le regioni vengono avvertite come molto distanti dalla vita dei cittadini. In primis perché spesso dominate dai capoluoghi. In seconda battuta perché amministrano realtà assai disomogenee. Infine perché dispongono di dotazioni finanziarie quasi interamente vincolate ad uno specifico settore.

Prendiamo il Lazio. Dire che è romanocentrico è poco. Il suo bilancio è destinato per oltre l’80 percento alla sanità. Il resto va in gran parte ai trasporti e il residuo agli altri campi. Ma dalla Pisana si devono occupare contemporaneamente della capitale d’Italia e di province come la nostra e quella di Frosinone dichiarate aree di crisi industriale complessa. E devono avere la capacità di tenere insieme le esigenze di piccoli comuni montani con quelle di località che puntano sul turismo balneare, sui litorali e sulla pesca. È evidente che in questo calderone molto si perde e le specificità locali poco riescono a trovare adeguato spazio.

Non è un problema di abilità politiche di questa o quella amministrazione. È proprio l’architettura istituzionale nel suo complesso che presenta criticità strutturali. L’ordinamento regionale italiano si qualifica d’altronde per un assetto altamente diversificato, basti pensare al fatto che ogni regione si è dotata di un proprio statuto. Conseguentemente, la differenziazione di servizi anche essenziali tra gli abitanti di una e quelli di un’altra pone serie questioni di parità sostanziale tra i cittadini della Repubblica.

Si dirà che le regioni sono previste dalla Costituzione. Vero, ma fino al 1970 non esistevano e guarda caso quello è stato il periodo del boom economico, segno che forse così determinanti non erano. E poi la Costituzione si può modificare. Il 29 andremo alle urne per il referendum confermativo sulla legge relativa al taglio dei parlamentari. Si tratta per l’appunto di una legge costituzionale che modifica una parte della Carta attualmente in vigore. Non solo. L’argomento principe che ha portato il Parlamento ad approvare la riduzione di deputati e senatori è il risparmio che ne deriverebbe. I consiglieri regionali sono in totale 884, poco meno dei 945 parlamentari attualmente in carica e molti di più di quelli che rimarrebbero in caso di vittoria del “sì” al referendum (600). Nel Lazio sono 50 (più il presidente), di cui oggi appena un paio di diretta espressione del Reatino.

Il rischio di cedere ad un facile populismo è forte se si associa il taglio degli eletti semplicemente a minori spese, senza badare alla qualità della democrazia (perché la democrazia costa). Ma ha senso intervenire sul Parlamento lasciando intatti i consigli regionali che, in quanto a spese, non sono certo da meno?

Correvano gli anni Novanta del Novecento quando il tema del decentramento dei poteri statuali venne pesantemente posto sul tavolo delle riforme istituzionali dalla prima Lega, quella nata per ottenere l’indipendenza della Padania e poi ripiegata su obiettivi più praticabili come il federalismo. Nel 2001 la modifica della Carta, confermata dal primo referendum popolare di questa natura, introdusse una ridefinizione delle materie rientranti nella potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle regioni. Per un lungo periodo, che condusse alla revisione costituzionale approvata dal parlamento nel 2006, la “devolution” tenne banco nei discorsi politici e nelle chiacchiere da bar, fino a perdersi a causa della bocciatura decretata all’esito del successivo referendum.

Il regionalismo spinto sta ora evolvendo su impulso del Settentrione verso forme di autonomia rafforzata attraverso la via referendaria (Lombardia e Veneto) o negoziata (Emilia Romagna), come forma residuale seguita alla fiammata della mitica “devoluzione”. Alla luce delle prove offerte in questi giorni è tuttavia lecito dubitare che sia stata imboccata la strada giusta.

Torniamo a Rieti. A sovrintendere le varie autorità in campo per contrastare la propagazione del virus cinese è stata finora la prefettura, emanazione provinciale del ministero dell’Interno, con funzioni di rappresentanza generale dell’esecutivo (non a caso dal 2004 le prefetture hanno assunto la denominazione di Uffici territoriali di governo). Ad essa si fa peraltro usuale riferimento per le questioni di ordine pubblico, di protezione civile, fino ai tavoli sulle aziende in dissesto.

Il ruolo delle prefetture dimostra allora come il coordinamento su base provinciale, raccordato ad un centro decisionale superiore, ben si adatti alle specificità dei singoli comprensori. Non foss’altro per il fatto che chi opera sul territorio ne conosce meglio tipicità, debolezze e margini di intervento.

Immaginiamo se il focolaio di coronavirus scoperto a Codogno si fosse verificato in un piccolo comune del Reatino, magari periferico o di confine. Davvero la Regione sarebbe stato l’ente più adatto ad affrontare il problema? Lasciamo la domanda in sospeso perché il punto è assai impegnativo e a maggior ragione non va affrontato in un momento di criticità acuta. Vale comunque la pena porvi mente.

Il decentramento amministrativo funziona in alcuni ambiti. La quarantena imposta ai viaggiatori, la chiusura precauzionale di scuole, università, stazioni, tribunali, stadi, teatri non è in ogni caso materia da affidare ai singoli governatori, i quali in questa occasione hanno dimostrato di muoversi in un caotico ordine sparso, allarmando il governo e scatenando un’assurda guerra tra istituzioni che ha richiesto persino l’intervento della giustizia amministrativa.

Anche se sono lontani i tempi di Michele Savonarola, l’adesione disordinata a protocolli disomogenei, favorita magari da diverse scuole di pensiero alle quali aderiscono gli stessi tecnici, comporta rischi enormi. Il celeberrimo medico del Quattrocento era il nonno del più famoso Girolamo, fustigatore di costumi morto sul rogo a Firenze, ed attribuiva all’anno bisestile (come il corrente) la causa di epidemie e morie di bestiame. Oggi che sappiamo che non è così, serve comunque una regia sovraordinata e unitaria che faccia sintesi delle più avanzate evidenze scientifiche e agisca su scala nazionale o almeno per macroaree.

Questo per il coronavirus. Quanto al resto, non sarà il caso di ripensare il modello regionalista e quello complessivo delle autonomie?

 

01-03-2020

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