a cura di Massimo Palozzi

Dicembre 2019

IL DOMENICALE

COMMERCIO, SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?

commercio

(di Massimo Palozzi) Preceduta dalla consueta “apparsa”, mercoledì la fiera di Santa Barbara si è snodata lungo il percorso in parte inedito di viale Maraini, via Liberato Di Benedetto, piazza Angelucci, via Molino della Salce, via Fratelli Cervi, oltre che sugli spazi dell’ex mattatoio per il bestiame e i prodotti agricoli. Negli stessi luoghi si terrà il 13 l’altrettanto classica fiera di Santa Lucia.

La nuova dislocazione delle bancarelle si è all’inizio segnalata per una gestione del traffico non proprio ottimale, anche se l’appello alla comprensione lanciato alla cittadinanza dal presidente dell’Associazione commercianti su area pubblica ha fatto un certo effetto. Almeno per la tempistica.

Appena cinque giorni prima c’era stato infatti il Black Friday, ennesima festa straniera presa a pretesto per rianimare un po’ il commercio nostrano (negli Stati Uniti segue il Giorno del Ringraziamento e dà tradizionalmente il via agli acquisti prenatalizi).

L’Osservatorio eCommerce B2 del Politecnico di Milano ha stimato per quest’anno una crescita delle vendite durante il “Venerdì Nero” del 20% su scala mondiale rispetto al 2018 e, come prevedibile, la parte del leone l’hanno fatta le transazioni on-line.

Insomma, nel giro di pochi giorni, siamo passati dalla più avanzata modalità di vendita gestita attraverso i computer a quella forse più antica con le postazioni degli ambulanti infreddoliti dal clima decembrino.

Nel mezzo, gli esercenti “normali”, quelli con il negozio fisico, che hanno cercato di barcamenarsi aderendo alle promozioni del Black Friday in abbondante anticipo sulla partenza ufficiale dei saldi invernali fissata al 4 gennaio 2020. Un modo per parare il colpo portato dal commercio elettronico e dalle grandi catene, che certamente ha favorito i consumatori, almeno quelli più reattivi. Possono essere infatti discutibili i ribassi concentrati in un’unica giornata nel periodo che precede le festività di fine anno, quando la propensione agli acquisti è maggiore per motivi contingenti.

L’esperienza insegna tuttavia che l’ampia libertà di manovra lasciata dalla legge non corrisponde a una panacea.

Secondo Confesercenti, le liberalizzazioni del governo Monti hanno causato tra il 2011 e il 2017 la chiusura in Italia di quasi 56mila negozi di piccole e medie dimensioni, mentre i megastore sono aumentati di oltre 2.400 unità. Complice il calo dei consumi delle famiglie, ad aver risentito maggiormente della deregulation sono stati gli esercizi minori, con un’incidenza negativa sull’occupazione complessiva del settore che ha perso quasi trentamila posti di lavoro tra titolari, collaboratori familiari e impiegati.

Quello delle liberalizzazioni è un tema delicato. In Italia furono introdotte nel 1996 con i decreti Bersani, che in molti campi hanno in effetti ridotto le incombenze e snellito le procedure.

Ad oggi il comparto è regolato da un regime normativo piuttosto elastico, in virtù del quale sono stati sostanzialmente liberalizzati gli orari di apertura e abolite le licenze (anche se con qualche eccezione, tipo le tabaccherie perché vendono prodotti soggetti ai Monopoli di Stato o i negozi con ampie superfici, per i quali vige comunque il silenzio-assenso da parte del Comune una volta inoltrata la comunicazione di inizio attività).

L’eliminazione dei vincoli orari e dell’obbligo di chiusura infrasettimanale è stata accolta con generale soddisfazione dagli utenti, mentre più articolate sono state le posizioni di commercianti e artigiani (e dei loro dipendenti), da sempre divisi su questo tipo di provvedimenti. Determinanti sono infatti le peculiarità specifiche dei contesti in cui si conducono gli affari: un negozio che affaccia su una via di grande passaggio di una metropoli lavora in condizioni diverse rispetto al piccolo esercizio di paese e anche all’interno della stessa realtà comunale le microzone seguono criteri di flusso commerciale spesso significativamente diversi.

In linea di massima, l’idea di poter gestire la propria attività senza eccessivi vincoli e lacci burocratici ha comunque riscosso apprezzamenti sul fronte imprenditoriale, benché siano subito emerse le criticità legate alle spese di gestione, al costo del lavoro e all’impegno per sostenere la concorrenza.

Tanto è vero che la recente proposta di legge sulle aperture ha trovato totalmente favorevole la Confcommercio di Rieti. La possibilità per i negozi di restare aperti 26 domeniche alternate su 52, con l’aggiunta di deroghe per 4 festività nazionali da concordare, viene vista come un giusto compromesso dall’associazione che riunisce molti commercianti locali. La proposta si è ad ogni buon conto arenata alla Camera a causa delle divergenze politiche tra i partiti, che hanno opinioni discordanti sull’argomento. Da una parte continua infatti a tenere banco l’idea lanciata dal Movimento 5 stelle di chiudere la domenica e i festivi e di reintrodurre gli orari per evitare un eccessivo carico sui dipendenti. Su questo fronte, però, non si è ancora trovato il consenso della maggioranza, mentre le opposizioni bollano una simile impostazione come liberticida e regressiva nei confronti degli attori economici più intraprendenti.

Forse la posizione più equilibrata è quella sindacale di lasciare la materia alla contrattazione tra aziende, sindacati ed enti locali. Non è comunque agevole dire una parola definitiva, dato che gli interessi in gioco sono tanti e i risvolti talmente variegati da risultare difficilmente inquadrabili in un regime unico.

Minoritario ma non isolato è ad esempio il parere di chi sostiene un ritorno alle licenze, come barriera all’entrata di forma larvatamente protezionistica. Si tratta di una tesi basata su un ragionamento semplice: la liberalizzazione totale ha dimostrato che si sono affacciati sulla scena economica operatori spesso non in grado di sostenersi, come dimostra la moria di esercizi in tutto il paese. D’altro canto, il commercio è il settore che più ha dovuto confrontarsi con la deregolamentazione, mentre soggetti come notai, taxi e farmacie rimangono fondamentalmente protetti, senza che nessuno si scandalizzi (gli esempi citati sono quelli classici che però, è bene precisarlo, riguardano professioni assai diverse tra loro e disciplinate in maniera per nulla omogenea).

Le licenze, in particolare, potrebbero servire a filtrare meglio imprenditori capaci di stare sul mercato e reggere la concorrenza sia dei grandi shopping center sia delle sempre più insidiose piattaforme informatiche. Inoltre, diventerebbero una sorta di tesoretto da impiegare come liquidazione alla fine della vita lavorativa o da utilizzare per fare cassa in caso di cessione anticipata dell’attività.

Tornando a bomba, l’altissima partecipazione di ambulanti, compresi i giornalieri (i cosiddetti “spuntisti”) e soprattutto di gente che anche quest’anno ha affollato l’area degli stand, costituisce la prova che le bancarelle della fiera di Santa Barbara conservano un indiscutibile fascino un po’ rétro. Capire come il gran numero di curiosi si sia tradotto in termini di vendite è invece un altro discorso. A passarci davanti, una certa sensazione di anacronismo potrebbe in effetti venire, è inutile nasconderlo. La formula del mercato su strada sembra comunque ancora funzionare sia in città che negli altri centri della provincia, così come una certa distribuzione degli esercizi di vendita dell’ortofrutta che sfruttano una modalità intermedia tra il negozio fisico e la bancarella dell’ambulante, con le “casette” prefabbricate che sorgono sui marciapiedi lungo i viali.

Queste considerazioni impegnano da tempo addetti ai lavori, amministratori e commentatori, ma non tengono probabilmente in sufficiente considerazione il vero dominus, vale a dire il cliente che, notoriamente, ha sempre ragione. E siccome è nella natura umana comprare al prezzo più basso e con il minor disagio organizzativo possibile, tutte le proposte di riforma dovrebbero forse focalizzare maggiormente l’attenzione sul lato della domanda, prima che su quello dell’offerta.

A inizio anno aveva suscitato scalpore l’iniziativa di un commerciante di abbigliamento ligure di far pagare 10 euro a chi provava i capi senza comprarli. Una pratica replicata a settembre nel Modenese per scoraggiare l’abitudine di provare scarpe e vestiti nei negozi per poi acquistarli a prezzi più convenienti su Internet.

Sono metodi che hanno sollevato dibattiti anche all’interno della stessa categoria, essendoci in ballo la “deontologia” che dovrebbe sovrintendere al rapporto tra esercente e cliente. Non sono evidentemente queste le soluzioni, ma di sicuro occorre comprendere le reali capacità di spesa nello specifico comprensorio per calibrare la vendita su prodotti in grado di catturare l’interesse delle famiglie e dei consumatori, evitando al contempo la spirale di una rincorsa verso il basso che finirebbe per impoverire in maniera drastica e perfino irreversibile il livello qualitativo dell’offerta merceologica.

Gli scioperi e le mobilitazioni sindacali in occasione del Black Friday dimostrano inoltre che il tema del commercio elettronico rimane apertissimo. In primis per le condizioni di lavoro, poi per l’impatto sulle attività tradizionali, fino all’immane questione del (minimo) regime fiscale cui sono soggetti i giganti del web, che proprio in settimana ha scatenato le minacce di dazi ritorsivi da parte del presidente americano Donald Trump contro gli stati che dovessero introdurre la cosiddetta digital tax.

Da considerare rimangono infine sul fronte opposto le enormi potenzialità offerte all’industria reatina da una modalità innovativa capace, almeno in parte, di superare gli annosi limiti infrastrutturali della provincia. L’apertura verso mercati un tempo impensabili e difficilmente aggredibili con gli strumenti del passato pone seriamente l’inedito problema della concorrenza interna tra commercio e manifatturiero nell’era della rete digitale globale.  La partita, insomma, è tutta da giocare. Le sfide che si presentano impongono alla classe dirigente approcci nuovi e consapevoli per diradare quella nebbia che con grande efficacia il vescovo Domenico Pompili ha indicato avvolgere Rieti e le sue risorse nel discorso alla Città pronunciato alla vigilia della ricorrenza della patrona Santa Barbara.

 

08-12-2019

condividi su: