Agosto 2020

PERSONE & PERSONAGGI

CIAO SERGIO, ULTIMO ESPONENTE DELLA NIDIATA DI GIORNALISTI ANNI '30

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(di Francesco Saverio Pasquetti) Con Sergio Carrozzoni scompare uno degli ultimi esponenti di quella formidabile nidiata di giornalisti nata negli anni ’30 che per anni seppe raccontare con maestria la realtà reatina quando internet era solo un’utopia e tv e radio nascevano appena, soprattutto a livello locale. Se si volevano conoscere i fatti, almeno sino agli anni ’80, c’era una sola opzione: acquistare ogni mattina una copia del Messaggero o del Tempo. Un’eterna rivalità, quella che vedeva confrontarsi le due redazioni, sempre a caccia di scoop e di notizie per strappare qualche copia venduta in più e prevalere sulla testata rivale. Ricordo nitidamente mio padre, parte Messaggero – nidiata Pietro Pileri – quando con fierezza affermava: “oggi hanno preso un buco!”, come si usava dire  allorchè si pubblicava una notizia importante che, invece, mancava sulla pagina del rivale. E così quando, nero, ammetteva che così era capitato in casa loro: era inavvicinabile, allora. Un’onta prendere un buco, per un cronista puro come lui. E spesso, mi raccontava, si andava “ai materassi”, mutuando un termine usato nell’immortale saga de “Il Padrino”, quando scoppiava la guerra fra famiglie rivali. Così accadeva, periodicamente, tra “Il Tempo” ed “Il Messaggero”: a lunghe pause di “pace armata” si frapponevano periodi brevi ma intensissimi di “guerra” senza esclusione di colpi, con nottate insonni in redazione per dare “buco” al rivale. E dall’altra parte – sponda “Il Tempo” - c’era lui, Sergio Carrozzoni, che con Ivano Festuccia – già collega nella professione forense – aveva abbracciato il giornalismo professionistico, cui si dedicava anima e corpo. Lo conobbi così, in una mattina di settembre del 1989 quando, accompagnato da mio padre, mi accolse nella sua stanza piena di ritagli, comunicati e “menabot” da predisporre, in via Cintia. Fu la mia prima esperienza giornalistica vera e propria ed il mio compito – da “collaboratore esterno” – era quello di raccontare la realtà giovanile dell’epoca, il mondo della scuola, dell’associazionismo, della società civile. Era la redazione di Ajmone Milli, Flavio Fosso, Paolo Rotilio e tanti altri: con loro mi sentii improvvisamente “grande” e lavorare in quell’ambiente fu fondamentale per fare esperienza di quella “vita di redazione” così preziosa nel vissuto di un cronista ed oggi praticamente annullata da internet. “Devi ascoltare le persone, pubblicare i loro commenti, i nomi, le loro foto”, così mi sollecitava. “E’ la gente che deve sentirsi protagonista sulle pagine del giornale” aggiungeva. Un’attenzione speciale per le persone, sempre. Gentile e garbato ma sempre pronto alla battuta pungente, ironica. Mi piaceva, come uso fare con i colleghi più anziani, chiamarlo “avvocato”, quando lo incontravo – sempre più di rado - negli ultimi anni. Ed una volta che c’era anche mio padre si compiacque – a differenza dei tanti maleducati - di questa attenzione premurosa ed educata che spontaneamente nasceva nei miei modi, comunque grati per quell’esperienza che mi consentì di prendere l’agognato “tesserino verde” da pubblicista. Oggi se n’è andato anche lui. Lo immagino parlare di tutto con papà, Pileri, Cacciagrano, Milli, Peppe Rosati e tutti quelli che ebbero il privilegio di raccontare la Rieti del boom, della rinascita, dei tempi d’ora. Ciao, avvocato.

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