Gennaio 2020

PERSONE & PERSONAGGI

CIAO, PICCOLO KOBE. SALUTACI ZIO WILLIE

basket

(di Francesco Saverio Pasquetti) Un pugno nello stomaco. Improvviso. Secco. Poi, immediata, quella sensazione che mai avresti voluto provare di nuovo. Era una mattina di ottobre, come tante. Accompagno i figli a scuola, ancora piccoli. Da quel portone della “Minervini”, non potrò mai scordarlo, esce il collega Giorgio Cavalli: “E’ morto Willie”. Incredulità, sconcerto, sgomento. Poi, alle 14,30, il compito più gravoso: annunciare alla città, dagli schermi di RTR, in apertura del TG, quella notizia che mai avresti voluto dare. E sentir salire quel groppo che ti attanaglia la gola, che ti offusca la mente. 15 anni dopo è un messaggio su whatsapp – moderno tamtam di notizie liete e funeste – a provocare la stessa reazione. “E’ morto Kobe!”. No, impossibile. Gli dei non muoiono. Gli dei non precipitano al suolo. Sono immortali. Si, mi ripeto, sono immortali! Oggi, però, la globalità della comunicazione è spietata. Non dà scampo. Non lascia spazio neanche ad una tenue, piccola fiammella di speranza. Immediatamente la notizia si propaga come una nera tormenta che avviluppa di tristezza i cuori degli uomini, nessuno escluso. Non è necessario essere appassionati di basket: chiunque sa. Conosce quel sorriso, prima dei suoi muscoli, dei suoi balzi prodigiosi, dei canestri impossibili. Ha incrociato, almeno una volta – magari solo in foto – quegli occhi irripetibilmente vivi e non può averli dimenticati. Perché lui, proprio come zio Willie, prima di essere un campione fenomenale, era un uomo straordinario e quel sorriso, unito ad una grinta da gladiatore e ad una forza di volontà gigantesca, lo rendeva unico ed irripetibile. Un talento ereditato, certo. Perché il papà, Joe Bryant, non era uno qualunque. Vederlo, straripante, sul parquet dell’allora Palaloniano, far letteralmente impazzire gli avversari, era un’esperienza quasi mistica. Un talento purissimo, “Jellybean”, come gli americani usano definire una piccola caramella dai colori vivaci, a forma di fagiolo, morbida al centro e ricoperta di zucchero duro. Ma al grande Joe era mancato quel qualcosa in più per divenire un grandissimo: la forza di volontà. Quella, invece, il piccolo Kobe ne aveva in quantità industriali: “se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te”, dirà ormai famoso. Già allora, sul parquet dell’arena di Villa Reatina, quando sino all’ultimo istante Kobe provava i suoi tiri già impossibili e gli inservienti erano costretti a rincorrerlo per farlo uscire dal campo perché la partita doveva ricominciare – tra il primo ed il secondo tempo (non c’erano i quarti) – quella fiducia incrollabile sprizzava incontenibile da tutti i suoi pori. Una carriera travolgente, da autentica icona gialloviola, sua unica casacca, caso quasi unico nel panorama agonistico “usa e getta” a stelle e strisce. Persino un genio della palla a spicchi come Magic Johnson dovette cedere il passo ai Lakers di Kobe, nell’immaginario collettivo. “I believe I can fly”, - “ci credo, posso volare”: solo uno, prima di lui, ha avuto la stessa straordinaria forza di volontà. Immaginava di volare, il piccolo Michael Jordan, nelle immagini iniziali di “Space Jam”, mentre ossessivamente si allenava per raggiungere il suo obiettivo, poi meravigliosamente ottenuto. “Air man”, così lo chiamavano. Poi è arrivato il “Black Mamba”, come il famigerato, letale serpente africano, in grado di raggiungere a terra i 23 km/h. Un volo fatale lo ha voluto carpire al mondo intero, proprio in quel cielo che tante volte ha sfiorato con i suoi balzi, le sue schiacciate, le sue stoppate. Lì un elicottero, qui l’ultimo, crudele viaggio alle pendici del Terminillo, terminato in auto, sulla terra, solo illusoriamente più sicura, su di un inscalfibile pino marittimo dove oggi si scorge una lapide posta a perenne memoria del campione più amato dai reatini. Si dice che ogni americano ricordi dove si trovasse e cosa stesse facendo quel maledetto 22 novembre 1963, quando J. F. Kennedy fu colpito a morte dai colpi di Lee Oswald, a Dallas. 20 ottobre 2005 – 26 gennaio 2020: due istanti infiniti che non possono essere dimenticati. Ciao, piccolo Kobe: porta i saluti di noi reatini a zio Willie.

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