Dicembre 2020

PERSONE & PERSONAGGI

CIAO "GIS": IN MEMORIA DI UNO STRAORDINARIO INSEGNANTE

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(di Francesco Saverio Pasquetti)  C'è chi ricorda a memoria le grandi formazioni di calcio. L' Inter del mago Herrera, l'Italia mundial dell'82. Negli anni d'oro del liceo Varrone c'era una sezione, la B, che poteva schierare un tridente d'eccellenza, rimasto a lungo nell'immaginario dei tanti studenti formati da quel formidabile terzetto: Fioravanti, Valentini, Montebello. Nomi e docenti d'altri tempi: Marilia (Montebello), insuperabile di greco e latino, centrocampista di lotta e di manovra, come l'avrebbe definita Giuan Brera; Cesare Augusto (Valentini), il fantasista, il trequartista, affabulatore affascinante con le sue lezioni intriganti di italiano; e poi c'era lui, Gisberto (Fioravanti). La punta di diamante. Il Maradona della storia e della filosofia. Quando approcciavi al temibile triennio, la loro fama li precedeva. E ne sperimentavi subito l'assoluta fondatezza, di quella fama. Ma lui, il "Gis", così eravamo soliti chiamarlo, era "hors catégorie", come i francesi sogliono definire le montagne più aspre del loro tour de france. Ogni qualvolta assistevi alle sue lezioni, stupivi di come tanto smisurato sapere potesse racchiudersi in una sola persona. L'incipit, spesso, era dato da una singola, semplice, a volte per noi insignificante parola, che magari proferivamo buttandola li, un po' sbadatamente, nel corso di una lezione o di una interrogazione. Di lì, come dal cappello a cilindro di un mago fenomenale, egli sviluppava una tale serie di collegamenti in grado di farti improvvisamente ritrovare a galleggiare fra nozioni che spaziavano dalla storia alla chimica, dalla filosofia, alla letteratura, al greco, alla fisica, al latino ed alla matematica. Aveva un concetto "alto" di noi discenti. Universitario, direi, come universitario era il suo sapere ed insegnare, senza alcun dubbio. Non credo avesse nulla da invidiare a mostri sacri come Geymonat, Barbagallo o altri "baroni" celebrati nelle grandi facoltà umanistiche italiane dell'epoca. Credeva nella nostra capacità di autodisciplina, forse anche troppo, vista la nostra età, acerba, giocosa, spensierata ed a tratti inevitabilmente irresponsabile. Mai un insufficienza: per lui, un'offesa alla sua ed alla nostra intelligenza. Definiva con disprezzo l'affibbiare voti bassi "il gioco della morra" che a volte, spaventandoci, praticava in brevi ma intensissimi momenti in cui - avvertita la nostra "irresponsabilità" - si rabbuiava iniziando a tempestarci con una serie di domande a raffica, perlopiù di difficilissima risposta. Era la vera autorità "laica" del liceo a cui, sino al momento della sua nomina a vescovo, faceva da contraltare quella altrettanto straordinariamente colta, sensibile ed ovviamente cattolica di don Lorenzo Chiarinelli. Nelle accesissime assemblee di istituto di fine anni settanta, i bui e terribili "anni di piombo", quando le contrapposizioni fra opposte fazioni politiche si facevano al calor bianco anche fra i giovani liceali, solo Gis e don Lorenzo avevano l'autorevolezza per riportare la calma e ricondurre gli animi a più miti consigli. Entrambe, ironia della sorte e di un anno orribile che ancora non accenna a finire, hanno lasciato questa terra nel 2020. Li ricordo, a braccetto, lungo il corridoio del Varrone, discutere lungamente e piacevolmente. Quel vuoto, sotto il braccio del don, sarà di nuovo colmato, ora e potranno così riprendere il dialogo interrotto.

05_12_20

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