Gennaio 2020

CARO ON. FUSACCHIA

Lettera aperta in risposta alla sua missiva

società

(di Massimo Palozzi) Caro On. Fusacchia,
la sua lunghissima lettera ai Reatini (LEGGI QUI) ha coraggiosamente sfidato la prima e basilare regola della comunicazione: la sintesi. Questo però non me l’ha per niente resa invisa. Anzi, è stato un motivo ulteriore per leggerla con la massima attenzione (se qualcuno ha così tanto da dire, merita un adeguato ascolto).
Venendo al dunque, il suo è un appello all’ecumenismo rispetto al quale è difficile non essere d’accordo. Al netto di petizioni di principio certamente condivisibili (quantunque indebolite da un certo grado di astrattezza e carenza di pragmatismo/realismo) il punto che pone all’attenzione dei lettori è sostanzialmente uno: fare insieme, mossi da un brio di mobilitazione civile, a prescindere da una classe politica che da tempo sembra aver perso la sintonia con le istanze popolari e anzi forse proprio come moto di protesta ed embrionale alternativa.
Prima di affrontare il tema, partirei allora dall’individuazione dei destinatari della sua missiva. Chi sono le Reatine e i Reatini cui si rivolge? Se esistesse una risposta univoca avremmo compiuto gran parte del lavoro. Proprio la difficoltà di determinare l’identità di una collettività ha impedito nei secoli l’elaborazione di formule politiche, filosofiche, culturali, persino antropologiche da applicare al caso concreto. E Rieti non fa eccezione.
La mancanza di una visione d’insieme, di strategie di lungo periodo, di coesione civica è un dato oggettivo che appartiene al bagaglio di esperienze di qualsiasi analista. Così come una certa refrattarietà all’iniziativa pubblica, singola o associata, che tuttavia non va confusa con l’ignavia o con una neghittosa interpretazione del concetto di cittadinanza. Verrebbe da aggiungere attiva, se la specificazione non suonasse pletorica. Cittadinanza passiva è in effetti un patente ossimoro, anche se poi, in fondo, sta proprio qui il senso della sua esortazione alla rinascita.
Le eccellenze individuali che tengono alto il nome di Rieti in Italia e nel mondo sono tante, a dimostrazione del fatto che questa è una terra in grado di produrre buoni frutti, nonostante arretratezze infrastrutturali e percorsi economici accidentati. Recuperarle come lei propone a scopo proattivo per pungolare, spingere all’impegno collettivo e stimolare ambizioni non soltanto personali è un’idea senz’altro eccitante ma forse non sufficiente. Di certo non risolutiva. Perché intanto rischia di introdurre (per quanto involontariamente) un insidioso iato tra chi ha avuto successo andandosene e chi invece è rimasto a condividere il destino cinico e baro di una Città che, come giustamente osserva, sta appassendo. E poi perché va incontro all’ulteriore alea di proporre un modello che finirebbe per confermare l’impossibilità di realizzarsi come persone e come cittadini nella distopica dimensione locale.
Lo spontaneismo è una bella cosa, ma presenta al contempo limiti oggettivi. Una società matura sceglie liberamente e democraticamente i propri rappresentanti, ai quali affida la gestione delle istituzioni. Senza salvatori della patria, certo, ma ugualmente senza quel nichilismo disfattista e vagamente sfascista che in genere risuona in sottofondo quando si affronta questo genere di riflessioni.
In un vivere civile ordinato ed efficiente ognuno deve fare la sua parte, ma l’assemblearismo non può essere la ricetta. Le cose marciano quando il singolo interpreta al meglio, con sincerità ed onestà, il proprio ruolo in funzione della complessità che lo circonda. Per dirla con Totò, è la somma che fa il totale. Più seriamente, il motore gira solo con il contributo armonizzato di tutti gli attori. Quelli che ce l’hanno fatta, ma pure quelli che sono rimasti indietro. Non mancano d’altro canto corpi intermedi a vario grado esposti: partiti, sindacati, associazioni, comitati, circoli, organizzazioni di volontariato che seguono settori di specifico interesse ma non per questo svolgono un’azione meno incisiva o da non valorizzare. Lo scarso apprezzamento riscosso nel comune sentire da alcuni di essi non ne diminuisce in realtà il contributo complessivo. Ben vengano allora iniziative come la Scuola politica per le ragazze (perché non estesa a una platea più ampia, vista la confusione che regna su questi argomenti?) e tutte quelle mirate a suscitare o rivivificare l’interesse intorno a temi dirimenti per la nostra comunità. Qualunque progetto inteso a risvegliare la partecipazione e lo spirito critico va letto nel segno di un progresso, ma più che promuovere nuove forme di partecipazione alla vita della res publica (che sono comunque il sale della democrazia) sarebbe forse meglio partire dall’esistente, cominciando a coordinare su temi concreti le energie e le competenze già presenti sul terreno. Viceversa si corre il rischio di cadere nella trappola che ha finora tarpato le ali a un reale e duraturo sviluppo: l’inconcludenza parolaia. Di sicuro non era questo il proposito del suo appello, ma la tentazione di considerarlo alla stregua della solita vox clamantis in deserto, troppo astratta ancorché venata di buone intenzioni, potrebbe aver attraversato i pensieri di molti lettori.
Rieti ha certamente bisogno di una scossa e di una riscossa. La mobilitazione delle coscienze è il primo requisito, ma attenzione a non squalificare le istituzioni suggerendo l’idea che chi governa sia incapace (o peggio) e vada quindi scavalcato con sollecitazioni sorgenti dal basso. Il coinvolgimento ampio dei cittadini rappresenta insieme una risorsa e un dovere per chi detiene il potere, ma è la selezione della classe dirigente, a qualsiasi livello, a costituire la vera sintesi, inclusiva perfino del rispetto di coloro che non ritengono di impegnarsi in prima persona in faccende a proiezione esterna, preferendo legittimamente dedicarsi al proprio privato nella fiducia che il sistema sia sufficientemente solido e coerente per garantire il benessere di ciascuno.
Cinquant’anni fa lo psicologo canadese Laurence J. Peter formulò un paradossale teorema, che in sintesi postula la regola secondo la quale in un sistema gerarchico ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza.
Il principio venne concepito per le aziende, ma non è fuori contesto una sua traslazione sul piano sociale. In virtù di questo assunto, i più bravi nel loro lavoro vengono promossi a responsabilità via via più elevate, dedicandosi ad attività dove finiscono inevitabilmente per primeggiare sempre meno in quanto distanti dalle loro abilità originarie, fino ad arrivare a ricoprire incarichi apicali per i quali non hanno alcuna preparazione. Si tratta, in un certo senso, della vecchia questione della meritocrazia, sebbene con sfumature di colore diverso.
Il problema è che quella teoria si basa sul concetto di competenza iniziale, talento assai volatile e non sempre rinvenibile nella conduzione dei pubblici affari. Ricominciare da qui potrebbe essere un primo passo, anche per non lasciar passare l’idea che le cariche politiche diventino l’alternativa a carriere altrimenti dimenticabili.

Da ultimo, la parafrasi kennediana che propone rispetto a cosa i reatini siano disposti a fare per Rieti nel decennio appena cominciato è oltremodo sfidante e fa aggio su una limpidezza d’intenti incontestabile. Sfiora però, se non assegna direttamente, un giudizio morale sul disimpegno che forse va oltre il merito reale. Le nuove generazioni, che nella sua lettera individua come il capitale umano da cui ripartire, sono senza ombra di dubbio l’investimento per il futuro. È dunque giusto che ci si rivolga a loro, nella speranza che comprendano il mandato che gli si intende conferire.
Ma occorre tener conto allo stesso modo della generazione più matura e poi di quella di mezzo: i padri, le madri, i fratelli maggiori di quei giovani che sono invece il nerbo del presente e i facilitatori dell’avvenire. Da loro dipende direttamente l’oggi, perché lo costruiscono in concreto (nel bene e nel male). Ma anche il domani, perché sui loro insegnamenti e sul loro esempio si formeranno gli adulti degli anni Trenta e Quaranta. Saltare le generazioni è quasi come considerarle perse: un errore micidiale di sottovalutazione di un potenziale magari inespresso, ma che non va per questo ignorato o, peggio, trascurato.
Buon decennio a lei e a tutti i Reatini di buona volontà.

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