Marzo 2018

L'editoriale di Rino PANETTI

Burian, occasione di trasformazione

Sarà stata la metà degli anni ’80. Luglio. Quell’anno il campo scout in cui mi trovavo (non ancora ventenne) fu stravolto da 10 giorni di autentico attacco delle intemperie. Una trentina di ragazzi tra i 12 e i 14 anni da gestire, le tende inondate di acqua per giorni e giorni, impossibilità di cucinare, fango ovunque, ripari di fortuna. Ogni giorno ci si preparava ad affrontare un’emergenza che via via cresceva, insieme alle difficoltà. Spedizioni per andare a recuperare un po’ di ghiaia 6 km più avanti (da fare a piedi…), sfruttare ogni attimo di tregua per provare ad asciugare l’inasciugabile, e via di questo passo.
Dopo i primi due giorni, però, prendemmo le misure, e una macchina pressoché perfetta sembrò generarsi proprio in quelle ore. Sembrava una danza. In quei pochi attimi che avevo per fermarmi e guardare il tutto da fuori, non potevo non rimanere colpito da questa sintonia. Non eravamo solo mossi dall’urgenza, sembravamo mossi (dal più grande di noi fino al più piccolo) da un profondo “Perché” che ci univa come un filo invisibile.
E ricordo le due sere successive, terminata la buriana. Sì, ci dicemmo bravi. Sì, c’era orgoglio.
Ma come capi decidemmo di non perdere quel momento magico. Accompagnammo i ragazzi in una riflessione profonda. Chiedemmo loro di prendere i taccuini e rispondere, intanto individualmente, a domande come queste: Cosa ti ha colpito di questa esperienza? Cosa ti ha sorpreso? Come ti sei sentito e cosa ti ha dato sicurezza o insicurezza? Riguardo la sfida che ci attendeva, cosa pensavi prima e cosa pensi ora? Come potremmo riportare gli insegnamenti di questa esperienza nella nostra vita quotidiana: verso te stesso, nei rapporti con gli amici, in famiglia, a scuola? Come potremmo utilizzare gli insegnamenti di questa esperienza per migliorare il modo di pensare e di agire nella nostra squadriglia e continuare a pensare e realizzare “imprese” come queste anche nel futuro?
I ragazzi scrivevano nei loro taccuini. Le penne sembravano ancora guidate da una forza oscura, che aleggiava tra noi ma che era indefinibile.
Quei ragazzi in quegli attimi stavano mettendo mattoni decisivi per il loro futuro.

Dovremmo sempre fare così, quando la vita ci regala momenti di questa intensità (positiva o negativa). Finiti gli attimi della crisi, superata l’emergenza, conseguito un grande risultato, prendersi del tempo con se stessi, i propri collaboratori, la propria squadra (a seconda dei casi) per riflettere insieme su quanto accaduto, chiedersi come riprodurre quella energia, quella “magia” anche per le future sfide, porre semi per non limitarsi a “gestire il cambiamento” ma guidarlo e ispirarlo.

E invece, spesso ci limitiamo a restare sulla superficie, fare il downloading dei soliti pensieri.
Il vero leader si riconosce dalla capacità di scendere fino al fondo di quell’iceberg e portarci i suoi collaboratori; il vero leader non si riconosce nella gestione di un’emergenza (lì basta un manager esperto in “cose pratiche” e in “organizzazione”) ma nel come – da questa – sa generare tensione verso il futuro. Il vero leader non si limita a gestire (“to manage”, in inglese), il vero leader guisa e ispira il cambiamento (e attenzione: questo vale anche per se stessi…ciascuno di noi può essere leader di se stesso).
In questi giorni nella nostra città c’è stata l’emergenza maltempo dovuta al Burian (o Buran… qual è il termine corretto?). I confronti pubblici che ne sono seguiti si limitano ad esaltare l’ottimo lavoro fatto, sui social è un continuo scontro tra opposizione (che critica ogni minimo disagio) e l’amministrazione (che esalta ogni minimo intervento riuscito). Può essere invece un'occasione per attivare meccanismi diversi, per riconoscere e rafforzare semi veri di cambiamento!
Gli amministratori (di qualsiasi realtà organizzata) dovrebbero trovare il modo di comportarsi come quei giovani capi scout. E’ un comportamento che dovrebbe diventare una pratica costante, una disciplina. E invece, ci si limita ai comunicati stampa, alle dichiarazioni da copione, ai punti esclamativi, ai “like” sui social…pronti a saltare sulla successiva emergenza o occasione. Al massimo, buoni manager, non leader.
Non si guida un’Organizzazione (così come la propria vita) spostandosi da un fatto all’altro, non si guida se non si trovano momenti per apprendere nel profondo e collettivamente, non si guida se non si ha la capacità di attivare tre Trasformazioni:

  • Trasformare la percezione
  • Trasformare il sé e la volontà
  • Trasformare l’azione.

E’ quanto facemmo in quel campo scout, tre sere di seguito, intorno a un fuoco.

Non serve a nulla lavorare sempre e solo sull’azione.

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