a cura di Massimo Palozzi

Maggio 2019

IL DOMENICALE

BUON LAVORO

lavoro

(di Massimo Palozzi) Da ormai molto tempo il Primo Maggio si celebra quasi più come un rito apotropaico che come una manifestazione di gioia.

Quest’anno la Festa dei Lavoratori è stata solennizzata in provincia da Cgil, Cisl e Uil insieme alla Diocesi a Cittareale, emblema dei danni del terremoto e della non proprio fulminea ricostruzione.

Se per il sindacato il Primo Maggio rappresenta la data simbolo delle lotte per i diritti dei lavoratori, la vicinanza della Chiesa locale conferma la sensibilità che su questi temi si è radicata anche in ambito religioso.

L’ideale saldatura tra mondo sindacale e Diocesi vista mercoledì a Cittareale, pur nei rispettivi e ben distinti ambiti di azione, dice tra le altre cose che la vaticinata (quando non addirittura auspicata) scomparsa dei corpi intermedi non è ancora avvenuta e probabilmente non è di questo che la gente ha bisogno.

Ma dice anche della difficoltà della politica e delle istituzioni di fronte a temi giganteschi come la crisi occupazionale che riguarda il lavoro che non si trova, che si perde, che si precarizza, che non corrisponde al livello di preparazione e di aspettativa delle persone.

Alla vigilia della Festa il vicesindaco di Rieti Daniele Sinibaldi ha commentato come incoraggianti gli ultimi dati del monitoraggio effettuato da Movimprese sull’indice di natalità e mortalità delle aziende diffusi da Unioncamere – Infocamere, secondo i quali Rieti è quinta in Italia per tasso di crescita percentuale per quanto riguarda il saldo tra nuove imprese (421) e quelle cancellate dal Registro della Camera di Commercio nel primo trimestre dell’anno (415).

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, si può certo considerare confortante questo dato, ma è davvero un grande sforzo di ottimismo.
Il pur positivo ricambio è infatti anche l’indice della scarsa longevità delle aziende reatine, come lo stesso studio ha messo in evidenza.
Se la vita media delle imprese italiane è 12 anni, nel Lazio questo indice si abbassa a 9, mentre il 20% delle attività non supera il primo anno di vita.

Al di là di quelli ufficiali, i dati empirici sulla desertificazione del Nucleo industriale e sulla sempre più lunga teoria di vetrine chiuse in via Roma segnalano una situazione che permane purtroppo complicata. Come conferma anche il quasi 50% di incremento a marzo della cassa integrazione ordinaria rispetto a febbraio (fonte Uil).

Non a caso, all’indomani della Festa dei Lavoratori la Fondazione Varrone ha presentato nella centralissima sede di Palazzo Dosi, in Piazza Vittorio Emanuele II, “Vivaio”, un’iniziativa per sostenere il lavoro e lo sviluppo locale attraverso la consulenza gratuita di esperti a beneficio degli aspiranti imprenditori, ai quali saranno fornite le competenze di base necessarie ad affrontare le difficoltà del mercato.

Si tratta di un progetto della durata di un anno e pieno di buoni propositi che però ha fatto storcere il naso al presidente di Ascom-Confcommercio Nando Tosti, il quale ha rimproverato alla Fondazione di aver affidato l’incarico a una società privata senza nemmeno sentire le associazioni territoriali di categoria che queste attività di formazione le svolgono da sempre in favore dei loro iscritti.

In realtà, Punto Impresa è la società di cui si avvale la Cna (Confederazione Nazionale degli Artigiani) di Rieti per erogare i suoi servizi. Da qui forse la punta di irritazione mostrata da Tosti e da chi ha condiviso le sue critiche. Alle quali ha dovuto replicare il presidente della Fondazione Antonio D’Onofrio, in un botta e risposta non proprio costruttivo.

Esattamente 25 anni fa, intellettuali e politica riflettevano su una biforcazione epocale che stava cambiando l’aspetto socio-economico di Rieti. Da un lato, l’allarme per il trasloco ad Avezzano della Texas Instruments e la conseguente riduzione di 135 unità di personale nello stabilimento di Cittaducale, il primo dei tagli che avrebbero fatto da prologo alla chiusura definitiva del sito produttivo.
Dall’altro, si cominciava a ragionare sull’impatto anche sociale della grande distribuzione che andava imponendosi in città.

Prima di allora non erano mancati esempi di supermercati (chi non è più giovanissimo ricorderà la Rinascita del mitico Cav. Valzano in viale Matteucci e la Standa in via Sacchetti Sassetti), ma si era ancora agli albori di un’idea imprenditoriale che si sarebbe affermata soprattutto in abbinamento con i centri commerciali.

Nell’aprile 1994 la Coop Umbria organizzò a Rieti un convegno con molti e qualificati relatori sul tema “Commercio e consumi: sviluppo, socialità e nuove regole”. Un titolo oltremodo significativo delle problematiche aperte da questo innovativo sistema mercantile, che impattava pesantemente sullo stile di acquisto dei reatini, fino a modificare abitudini che sembravano consolidate.

Cominciava allora ad emergere la feroce conflittualità tra grande e medio-piccola distribuzione. Un fenomeno che sarebbe deflagrato con il dilagare delle grosse aziende nazionali e straniere a scapito dei negozi di quartiere. Accanto alla novità venivano poi evidenziati i problemi legati all’inadeguatezza della rete viaria, refrain che si è purtroppo mantenuto di moda ancora fino ai nostri giorni. La contrapposizione tra grande e piccola distribuzione era dunque un quarto di secolo fa come oggi nell’agenda delle preoccupazioni degli esercenti locali, già alle prese con una crisi che si sarebbe aggravata negli anni a venire.

La concorrenza delle maggiori catene commerciali ha di fatto sancito la scomparsa di tanti piccoli negozi, con una proliferazione persino eccessiva per le reali capacità di assorbimento da parte dei consumatori locali. L’esempio del Carrefour all’interno del centro commerciale l’Aliante, tra l’aeroporto e Quattro Strade, è indicativo di un esperimento mai tentato prima in città come l’apertura continuativa sette giorni su sette, 24 ore su 24, cui fanno da contraltare le ipotesi di ristrutturazione presentate a febbraio ai sindacati, nell’ambito di una strategia globale del gruppo francese che in Italia prevede 590 esuberi con il taglio del 4% della forza lavoro.

Casi specifici a parte, i supermercati hanno impresso il loro marchio su un’evoluzione sociale ormai data per scontata, che fino a pochi anni fa era invece ancora tutta da scoprire. Il risultato è che, a fronte del successo di questo modello commerciale, non sono state perseguite politiche di riposizionamento dei tradizionali punti vendita nel tessuto cittadino, soprattutto all’interno del centro storico.
L’apertura di qualche esercizio di vicinato non è riuscita a sopperire alla funzione dei negozi di prossimità, a maggior ragione a seguito dell’avvento sempre più aggressivo del commercio elettronico.
L’impegno delle associazioni di categoria è stato assiduo e puntuale, ma inevitabilmente limitato da un’oggettiva difficoltà di incidenza sui tanti fattori in gioco.

Sull’altra sponda, la risposta delle istituzioni locali non è parsa all’altezza delle sfide, anche tenendo conto dell’enormità dei problemi e dell’esiguità degli strumenti a disposizione.
Di certo il rifacimento delle piazze del centro grazie ai lavori dei Plus ha ridato molto decoro all’area, senza però esercitare una particolare capacità di attrazione nei confronti di imprenditori in grado di reggere il mercato.
Di converso, la riapertura al traffico, caldeggiata dai commercianti e recepita dall’attuale amministrazione comunale, non sembra aver sortito effetti taumaturgici, come era peraltro facile prevedere fin dal momento della proposta. Qualcosa, d’altro canto, dovrà pur significare se tutte le città, piccole e grandi, hanno istituito zone pedonalizzate proprio nei rioni di maggior pregio non solo storico, urbanistico e architettonico, ma anche commerciale.

Una volta si diceva: passata la festa, gabbatu lu santu. Speriamo di no. Di San Giuseppe Lavoratore c’è bisogno come e più dei santi già cari a noi reatini.

05_05_19

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