Febbraio 2019

PERSONE & PERSONAGGI

ATTILIO PASQUETTI 'LO ZIO AMERICANO'

storie

(di Francesco Saverio Pasquetti) Mi piace pensarvi così, lassù, l'uno accanto all'altro, riuniti da un comune destino di vita e di morte. Come in questa foto, all'apparenza serena, sul divano di casa ma già presagio, un anno orsono – perlomeno per te, carissimo zio – di un futuro purtroppo segnato.
L'uno – fratello/padre – a legger di politica, cultura ed attualità. L'altro – fratello/figlio – di sport e basket. Perchè da sempre, in realtà, questo era stato il vostro vero rapporto: lui, il papà venuto a mancare troppo presto. Tu, il figlio bello, biondo e ribelle nato dopo sedici anni, figlio della beat – generation e del funky town degli anni '70. Eri lo “zio americano”, per noi.
Entrato alla “Texas Instruments”, nell'epoca d'oro dell'industria reatina, presto eri divenuto protagonista di quell'ufficio acquisti che ti faceva girare per il mondo, antesignano del manager a stelle e strisce intraprendente e padrone della lingua, una rarità, all'epoca, in Italia. Dallas, Nizza e tanti altri posti: ed a noi bambini e poi ragazzi giungevano le eco dei mitici Usa, dei gruppi funky (con te ci innamorammo, io e Valerio, degli Earth, Wind and Fire), patria della NBA allora un miraggio per tutti gli appassionati di basket, come te, come noi.
Scendevamo da te nei primi anni '80, nella comune dimora di via Vanvitelli, ad ammirare le prime immagini dei super campioni americani: lì, ci innamorammo del grande doctor “J”, amico e compagno di squadra di zio Willie, di Larry Bird, di Magic Johnson. Il basket, lo sport, è sempre stata la tua vita: prima come protagonista sul campo. Brillante e promettente ala destra “come tutti i Pasquetti”, soleva dire tuo fratello Gino – scomparso anche lui anzitempo – ma troppo incostante ed insofferente (anche questo un “timbro” di famiglia) per far carriera.
Anche la musica era passata forte a scuotere la tua esistenza. Nel '68, a vent'anni, il vento della ribellione, del rock, della beat rivolution, arrivò persino nella Rieti borghese e sonnecchiosa di allora. Alla batteria – detto da tutti “Lillo” - facevi furore con i tuoi “Birilli”, a cui prestavi anche la tua voce. Quante volte, mi raccontava papà, dovette correre dal tuo preside, lì all'Istituto Industriale, per porre rimedio alle tue immancabili marachelle, assieme a compagni di classe che facevano impazzire i loro professori.
Spendeva tutta la sua pazienza, il caro papà, per proteggerti e farti crescere, ed ebbe ragione. Avresti potuto fare il manager di una grande società, carissimo zio, e quella tua inventiva passionale, insofferente ma piena di amore verso ciò che facevi era la tua marcia in più.
Così innamorato del basket da non perderti – nemmeno da quel letto cui eri costretto dal terribile male oramai da settembre – neanche una partita della Zeus Npc, con accanto a te sempre, instancabile, amorevole, il tuo “amico – fratello” Luciano Pistolesi.
Anche sabato scorso, in quella stanza dell'Hospice cui eri giunto – guarda caso – proprio il giorno successivo la morte di papà, hai voluto assistere alla trasferta di Bobby Jones e compagni a Latina. La morte di papà, del tuo amatissimo “fratello – padre”, era certo stata – lo so - la mazzata finale. A mamma, accorsa da te subito dopo il funerale, in lacrime dicevi “mi manca daddy!”. Così, scherzosamente, nel tuo amato inglese, chiamavi papà. Daddy, paparino.
Lui, ne sono certo, ha voluto precederti per prepararti quel posto in Cielo che tanto ha pregato, in questo anno e mezzo, perchè tu lo occupassi, preoccupato tanto del tuo corpo ma, soprattutto, per la tua anima. Come lui, negli ultimi giorni, parlavi già con mamma Belgia. Con lei, ne sono certo, ti è venuto a prendere, per godere con loro della Gloria di Dio. Resta con noi, inossidabile, straordinariamente forte, zia Anna Maria: la memoria della nostra famiglia. Ti sia lieve la terra, carissimo zio “americano”.

condividi su: