Ottobre 2020

L'editoriale di Stefania Santoprete

Appese

“Oddio! Hai sentito che Claudia ha la tosse?? Non possiamo portarla in asilo rischiamo di dover tornare indietro! Tu hai telefonato alla scuola per sapere se Gabriele può finalmente rientrare? Il certificato? Il dottore oggi non fa ambulatorio! E ora? Chi rimane con loro questa mattina?”

Povere madri, donne, compagne, lavoratrici: con la pandemia a venire a galla sono stati anche tutti i problemi connessi al mondo femminile e mai affrontati. La bella notizia è che non è l’8 marzo e di donne e di diritti si torna comunque a parlare.

Il carico di lavoro dentro e fuori: la cura delle categorie fragili, l’accudimento e il mantenimento dei lavori domestici, la spesa per tutti e la fantasia necessaria per rassicurare gli astanti “andrà tutto bene!”. Partite le badanti, chiuse le scuole, isolati i nonni, ferme le collaboratrici domestiche, ridotti i trasporti pubblici, iniziata la Dad per i più piccoli e contemporaneamente, per molte, lo smart- working, è stata la loro la categoria che maggiormente si è fatta carico della forzata clausura. Ferie e congedi sono stati richiesti per gestire i bimbi a tempo pieno, un aspetto che il governo ha sottovalutato quando ha riaperto gli uffici tenendo chiuse le scuole. Insomma il Covid ha aggravato le disparità in atto: “In Europa la percentuale di donne inattive a causa di impegni di cura familiari ha raggiunto il 31%, con un peggioramento negli ultimi dieci anni”, ed ora la situazione è destinata a precipitare. Eccellenti a scuola, dai risultati universitari brillanti, ma sottorappresentate nelle posizioni manageriali e pagate meno degli uomini, ‘naturalmente’ predisposte a prendersi cura di qualsiasi aspetto della vita quotidiana, ma non per questo sacrificabili. Fregate da un orologio biologico che spesso impone di stabilire un percorso a tappe in cui sai che qualcuno ti chiederà, giunta ad un bivio, se continuare e per dove.

Ci piacerebbe che nel 2020, qualunque sia la scelta di ognuna di noi relativamente al lavoro, agli affetti, alla famiglia, fosse una scelta ‘libera e volontaria’ indipendentemente da genere, età, status e condizionamenti culturali: sarà mai possibile? Sì se avremo donne capaci di legiferare per noi, se dinanzi ad un’emergenza e all’istituzione di una task force per affrontarla non fossero convocati solo uomini, se non saranno le donne le prime a ‘saltare’ in caso di licenziamento, se tutti insieme comprendessimo quale valore aggiunto potrebbe comportare risolvere la questione femminile e quali benefici ne scaturirebbero. Esempio ne è il Nobel per la Chimica quest'anno diviso equamente fra la biochimica francese Emmanuelle Charpentier e la chimica americana Jennifer A. Doudna, le due ricercatrici che hanno messo a punto la tecnica che taglia-incolla il Dna o l’impatto positivo che tale auspicata ‘uguaglianza’ avrebbe sull’economia: diversità ed inclusione sono vettori per l’innovazione. “Secondo le stime di Bruxelles, il miglioramento dell’uguaglianza di genere potrebbe portare ad un aumento del Pil fino a 3,15 trilioni di euro entro il 2050. Nella sua strategia per l’uguaglianza, la Commissione europea ha previsto l’introduzione di misure vincolanti sulla trasparenza retributiva entro la fine del 2020 per migliorare la situazione. Di questo non si è più parlato e le nuove misure potrebbero slittare a causa della pandemia”. Occorre ripartire da una rivoluzione che permetta di prestare attenzione ai bisogni di tutti. Il legislatore ha ora l’esperienza maturata in questo periodo; potrà introdurre strumenti di flessibilità permettendo ad esempio alle donne di scegliere alternando lavoro in presenza, a distanza, o ricorrere al congedo senza dover temere di essere bloccate nelle proprie aspirazioni di carriera. La riduzione delle trasferte potrebbe non rappresentare più preclusioni, determinando la scelta del candidato da premiare tra un uomo con in mano una valigia ed una donna con un bimbo da allevare. Attendiamo sviluppi.

condividi su:
Gli altri editoriali