a cura di Massimo Palozzi

Febbraio 2020

IL DOMENICALE

ANGELO NERO, ECONOMIA VERDE, CONTI IN ROSSO

società

(di Massimo Palozzi) Quando succedono fatti come la retata di spacciatori compiuta martedì, non si sa se essere contenti o preoccupati. Contenti perché magistratura e Polizia hanno disarticolato un temibile gruppo criminale di immigrati africani che avevano allestito un imponente (per Rieti) traffico di stupefacenti: ventuno nigeriani e un camerunense arrestati, un altro ricercato e venerdì sono finiti in manette due spacciatori reatini nell’ambito di una separata indagine.

Preoccupati perché proprio le dimensioni del malaffare, in rapporto a quelle della nostra collettività, producono una sensazione di inquietudine per l’ordinato vivere civile, già messo a dura prova dalle continue ondate di furti negli appartamenti.

L’organizzazione scoperta e neutralizzata nel corso dell’operazione “Angelo Nero”, dal nome in codice di uno dei maggiori trafficanti, ha messo infatti in luce un mercato fiorente ben oltre l’ipotizzabile, come dimostra il dato riferito ai quantitativi spacciati e al giro d’affari: trecento dosi di cocaina, oltre mille di eroina e più di diecimila di marijuana, per un incasso mensile stimato in cinquantamila euro. Il che significa un numero assai elevato di acquirenti, anche giovanissimi e persino minorenni, che hanno bisogno di rifornirsi quotidianamente di sostanze per assecondare un uso saltuario o vere e proprie dipendenze.

Al di là delle ricadute cronachistiche, l’iniziativa della Questura ha dunque riproposto un fenomeno che, nonostante il trascorrere del tempo e il maturare di sempre nuove consapevolezze, continua ad accompagnare e travolgere troppe vite. Sembra non sia passato oltre mezzo secolo da quando Fabrizio De André incideva nel 1968 il “Cantico dei drogati” da una poesia di Riccardo Mannerini (Ho licenziato Dio / Gettato via un amore / Per costruirmi il vuoto / Nell’anima e nel cuore). Di nuovo c’è che il passaggio generazionale è avvenuto in maniera così scontata da non essere più considerato (a torto) fonte di allarme sociale.

Lungi dallo sminuire o sottovalutare il lavoro di chi si dedica con serietà e impegno al contrasto alle tossicodipendenze, si potrebbe allora concludere che la meritoria azione con la quale è stata sgominata la gang dell’Angelo Nero ricorda come l’attenzione dell’opinione pubblica, ma soprattutto della politica, andrebbe concentrata su tematiche di più scottante attualità rispetto ad eventi già consegnati al giudizio della storia.

Il secondo profilo che colpisce in questa inchiesta è l’impudenza con la quale i protagonisti avevano pensato di darsi al lucroso business.

La disinvoltura, ai limiti della spavalderia, con cui trasportavano e cedevano la merce, in pieno centro, di giorno, concentrandosi tra loro in modo evidente e facile da notare, costituisce da un lato il segnale di una sicura attitudine criminale, ma dall’altro di un orientamento verso condotte illegali acquisito probabilmente dopo l’approdo in Italia, favorito da una gestione non ottimale dei flussi migratori. Il continuo andirivieni di giovani di colore all’apparenza sfaccendati, in particolare nelle zone dove si è concentrata l’operazione di polizia, mostrava fin da subito una chiara criticità nella fase successiva alla prima accoglienza. E non deve perciò sorprendere se una quota consistente di individui, più o meno abbandonati a se stessi, sia finita come manovalanza in giri malavitosi capaci di occupare le tradizionali piazze di spaccio, soppiantando i vecchi pusher.

Un ulteriore spunto di riflessione che la vicenda sollecita riguarda allora le politiche abitative, nel senso della distribuzione della popolazione sul territorio. Lo sviluppo urbano ha privilegiato l’espansione verso le periferie con relativa occupazione di aree vergini, sebbene l’andamento demografico registri un sostanziale stallo da almeno vent’anni. L’edificazione ex novo di interi quartieri e l’ampliamento di altri già esistenti hanno determinato un trasferimento di residenti verso i nuovi insediamenti, cui è corrisposto un graduale spopolamento del centro storico e dei quartieri intorno.

L’esito è stato un progressivo abbandono di questi ambiti, solo parzialmente bilanciato dagli immigrati stranieri. Basta leggere i cognomi sui citofoni (senza suonarli) di via Terenzio Varrone, dove si trova uno dei tre negozi etnici chiusi a seguito del blitz di martedì, o delle strade vicine, per constatare la ricorrenza di nazionalità differenti da quella italiana. Il che, si badi, presenta degli aspetti positivi, se vale a vivificare il cuore della città. Ed in effetti l’esperimento ha tutto sommato funzionato. Gli stranieri che hanno deciso di stabilirsi a Rieti fino agli ultimi arrivi si sono in gran parte integrati, smentendo anche l’inveterata nomea dei reatini restii ad accogliere il nuovo e il diverso. L’altra faccia della medaglia è che la disponibilità di tanti locali semiabbandonati ha consentito il parallelo incistarsi di sacche di illegalità riconducibili a frange minoritarie di circoscritte comunità estere di più recente comparsa.

Non è dunque il fatto che il centro storico si sia popolato di presenze meno tradizionali a dare la percezione di una crescita poco armonica. A stonare è piuttosto la spinta ad allontanarsi data agli “indigeni” i quali, allettati dal nuovo a prezzi sostenibili, hanno in molti casi preferito la moderna concezione architettonico-urbanistica per disporre di case pensate con criteri meno obsoleti, nonché di spazi e comodità sconosciute al centro come garage e taverne.

L’esigenza di sostenere il settore dell’edilizia ha certamente avuto il suo peso. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) nel solo 2018 la provincia di Rieti ha raggiunto un indice di consumo di suolo pari a 0,86 metri quadrati per abitante, quasi il doppio della media regionale (0,47).

Quello delle costruzioni è un comparto in enorme sofferenza e merita ogni misura a supporto, essendo uno degli asset fondamentali per il Pil e l’occupazione. Come in tutte le cose, sono però necessarie competenza, consapevolezza e a monte una visione per immaginare il capoluogo di domani compatibilmente con i sempre più stringenti vincoli ambientali che dovremo porci, pena il disfacimento del pianeta.

Nel suo piccolo, pure a Rieti si può progettare una città a misura d’uomo non solo per le ridotte dimensioni, lo scarso inquinamento da deindustrializzazione e una natura generosa, senza con questo sposare gli estremismi ideologici di chi vuole bloccare tutto. Green economy, riciclo, lotta agli sprechi, sviluppo sostenibile, economia circolare sono concetti che non basta elencare, ma occorre declinare in concreto. Si può quindi stimolare l’edilizia uscendo dalla solita logica di piani regolatori (variamente denominati e classificati per attribuzione amministrativa) estensivi e focalizzati sulle colate di cemento e le tonnellate di tondini. L’alternativa sono in primis le infrastrutture, da recuperare o realizzare, insieme a concrete facilitazioni per incoraggiare l’ottenimento del duplice obiettivo di muovere l’economia e rigenerare i quartieri più antichi, dove realisticamente la spesa per le ristrutturazioni immobiliari non poteva essere la priorità per chi è venuto alla ricerca di opportunità negate nei paesi di origine.

È sufficiente farsi una passeggiata per le vie del centro per notare l’enorme, impareggiabile vantaggio che un semplice intonaco rende a tutto il contesto. Balza agli occhi la bellezza (e dunque l’attrattiva per l’intera città) di un filare di edifici rimessi a nuovo rispetto ad analoghe costruzioni, magari di gran pregio e con una gloriosa storia alle spalle, ma con i muri sbrecciati e scoloriti.

Il bonus per il rifacimento delle facciate dei palazzi contenuto nell’ultima legge di bilancio va in questo senso, al netto dei risultati che riuscirà ad ottenere. Serve però agire anche a livello locale per mettere i privati nelle condizioni di investire tanto sulle abitazioni quanto sulle attività imprenditoriali. Sarebbe già un buon punto di partenza la cura del decoro urbano, a cominciare dalla praticabilità delle strade, per richiamare nuovi e rilucenti esercizi commerciali invece di quelli aperti dai nigeriani spacciatori, al posto dei molti che nel tempo sono stati abbandonati. La realtà dice al contrario che si lasciano deperire gli edifici danneggiati dal terremoto, sgomberati e verosimilmente destinati a non ripopolarsi mai più.

 

16-02-2020

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