a cura di Massimo Palozzi

Gennaio 2021

IL DOMENICALE

AMICO FRAGILE

città

di Massimo Palozzi - Il titolo è dedicato a Fabrizio De André a ventidue anni dalla scomparsa che ricorrono domani. Ma fragile andrebbe forse scritto sui cartelli di benvenuto a Rieti come si fa sugli scatoloni che contengono merce delicata. Delicata eppure preziosa e dalla tempra tenace, perché fragilità non significa necessariamente debolezza o scarsa tenuta. Fragili sono le opere d’arte, bellissime e raffinate, ma lo sono anche prodotti di uso comune, resistenti e utili al tempo stesso: vanno solo tutti trattati con cura.

I guai di questa settimana hanno mostrato quanto fragile sia il nostro territorio e quanta poca attenzione sia stata ad esso riservata negli ultimi anni. La neve di martedì ha paralizzato l’intera provincia pur non avendo assunto le caratteristiche di evento catastrofico come quelli registrati sull’Appenino Tosco-Emiliano o in alcuni quadranti del nord Italia. La precipitazione è stata sì abbondante, ma in fondo è durata poche ore. Sufficienti però a rendere inutilizzabili le vie di comunicazione e i servizi primari, al cui ripristino hanno lavorato alacremente squadre di volenterosi, ad ulteriore riprova che solo un’abnegazione fuori dal comune è riuscita con fatica a ricucire i lembi slabbrati di luoghi non adeguatamente preparati davanti a un’ondata di maltempo da non minimizzare ma nemmeno devastante per potenza e durata.

Gli eventi eccezionali si fronteggiano con energie altrettanto inusuali: di contro, una nevicata di mezza giornata in inverno su una fascia pedemontana non può mandare in tilt tutta la provincia. In effetti la fragilità delle aree interne, denunciata dal presidente Mariano Calisse, non riguarda unicamente i settori colpiti dai capricci del meteo. È il comprensorio nel suo complesso a palesare chiari segni di sofferenza per una conduzione che almeno nell’ultimo quarto di secolo si è rivelata nei fatti inadeguata.

I veri responsabili dei danni prodotti da una nevicata un po’ più consistente del solito vanno allora ricercati nell’assenza di programmazione, nella pochezza degli investimenti e nella progressiva rinuncia alla manutenzione per conto di enti ridotti a gestire quasi neppure l’ordinaria amministrazione. Se non ci fossero state le restrizioni dovute al Covid, viene da chiedersi come sarebbe andato il ponte dell’Epifania al Terminillo. Dopo anni di magra, la neve finalmente scesa a fortificare le piste ed entusiasmare gli appassionati avrebbe al contempo impedito l’afflusso dei visitatori, viste le enormi difficoltà alla circolazione scattate subito dopo i primi fiocchi?

Il mondo politico è da dieci giorni in preda all’euforia per la ventilata approvazione del progetto noto come TSM2, Terminillo Stazione Montana. Di fronte a una tale dimostrazione di debolezza vengono i brividi a pensare che quella sigla possa rapidamente trasformarsi in Terminillo Sviluppo Mancato o, peggio, Terminillo Spreco Milionario. Il progetto si presenta infatti estremamente ambizioso, anche al netto del ridimensionamento deciso dai tecnici della Pisana che hanno eliminato il versante cantaliciano. Il valore complessivo delle opere inizialmente stimato sfiora i 50 milioni di euro, dei quali solo i 20 di parte pubblica sono al momento certi e disponibili. Finanziare il resto cercando di attrarre investimenti privati sarà piuttosto complicato per i tre Comuni superstiti (Rieti, Leonessa e Micigliano) e per la Provincia che farà da capofila. A maggior ragione considerando la singolarità di un’operazione che parte senza la disponibilità delle adeguate coperture e a prescindere dai ricorsi annunciati ancor prima dell’effettivo rilascio della Via da parte della Regione Lazio su diversi punti di compatibilità ambientale.

Le ambasce e gli affanni in cui si dibattono gli enti locali sono peraltro una costante sempre più seria. Alla progressiva carenza di risposte ai cittadini su temi basilari si affianca l’emergente senso di arrendevolezza che, nonostante la buona volontà dei singoli, sta stroncando le residue forze di sindaci, assessori e consiglieri. Ne è prova lampante la fine ingloriosa delle Unione dei Comuni, pensate per condividere servizi essenziali alla popolazione in una sorta di consorzi tra enti limitrofi allo scopo di contenere le spese ed efficientare le prestazioni, ma naufragate sotto il peso delle scarse dotazioni finanziarie e di risorse umane. A Rieti nel 2020 ben sette Comuni hanno abbandonato le rispettive compagini: Stimigliano e Torri in Sabina sono usciti dall’Unione Bassa Sabina; Casperia e Roccantica dall’Unione Nova Sabina; Montasola dall’Unione Val d’Aia e da ultimo Poggio Nativo e Castelnuovo di Farfa dall’Unione Valle dell’Olio.

Dunque il problema non è solo una nevicata di mezza giornata a gennaio, capace comunque di compromettere un’ampia porzione delle infrastrutture che innervano il territorio. C’è molto di più. Si dice che è finita l’epoca dei mattoni e della malta e che viviamo nell’era dei beni immateriali. Per certi versi è così, ma l’idea di risolvere ogni questione con un click risulta per lo meno prematura. Del resto, per poter funzionare i servizi digitali hanno bisogno di supporti fisici robusti e resistenti, di sicuro più performanti di quelli visti all’opera la vigilia dell’Epifania.

La scuola è suo malgrado cavia e vittima di questo stato di cose. La didattica a distanza ha rappresentato e continua ad essere per molti un sostituto minimamente accettabile delle lezioni in presenza, ma anche tralasciando il gap tecnologico e il divario digitale che separano in maniera drammatica le fasce sociali, pure coloro che hanno potuto godere di computer e connessioni all’avanguardia hanno poco da festeggiare.

Sotto questo profilo l’epidemia di Covid ha avuto il grande merito di svelare le inadeguatezze sistemiche del Paese, cui si sta cercando di far fronte nell’affanno dell’immediato, con risultati ovviamente non sempre e non tutti all’altezza. A livello locale, dopo la generale dormita seguita al terremoto del 2016, finalmente il coronavirus ha dato la sveglia stimolando interventi non risolutivi ma che almeno hanno il pregio di smuovere le acque.

Lunedì la Provincia ha consegnato i primi moduli installati presso l’Istituito Tecnico per Geometri, destinati ad ospitare professori e studenti del Magistrale Elena Principessa di Napoli. La pompa con cui hanno celebrato l’evento è apparsa però eccessiva. Sia perché si trattava di una mossa tardiva, sia perché è il frutto di uno stanziamento governativo mirato, senza particolari meriti se non quelli esecutivi per chi lo ha portato a termine (un atto dovuto che non poteva essere fallito), sia perché stiamo parlando di prefabbricati buoni solo per l’emergenza. Il fine di quei moduli è infatti di supplire a una momentanea necessità e tale deve rimanere, nella speranza che a nessuno venga in mente di replicare esperienze come i prefabbricati donati ai terremotati dell’Irpinia nel 1980, dove ancora la gente vive in condizioni degradanti.

La sua fragilità ha se non altro risparmiato al Reatino l’inclusione nella mappa delle aree idonee al deposito nazionale di rifiuti radioattivi. In settimana la Sogin, società pubblica responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione delle scorie, ha pubblicato la proposta con l’indicazione dei 67 siti ritenuti a vario grado adatti ad ospitare il deposito. Nel Lazio sono 22, tutti in provincia di Viterbo: una preoccupazione in meno che comunque dà appena un leggero sollievo.

 

10-01-2021

ph P. Centofanti

 

 

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