Agosto 2018

TERREMOTO

AMATRICE DUE ANNI DOPO NEGLI OCCHI DI UNA BAMBINA

storie

 

 

(di Stefania Santoprete) Isabella* avanza saltellando al fianco della mamma. Un tuono irrompe fragorosamente, lei sobbalza, scoppia a piangere e nasconde il viso nell’incavo dell’avambraccio. “E’ diventata paurosa da un po’, vero Isabella?” La mamma sdrammatizza, le solleva il viso con sguardo consolatorio. Sono passati due anni ma non forse dentro Isa, che era lì quella notte.

Chissà se avrebbe comunque avuto paura dei temporali questa bambina dagli occhioni grandi e i ricci folti… Chissà cosa sarebbe oggi se non ci fosse il riverbero di quello sconquasso dentro di lei. Oggi si guarda intorno e non trova più gli amici di una volta. Quelli che l’attendevano in ogni week end libero, nelle feste consacrate, nelle vacanze estive. Lei alunna romana, ma con le radici ben piantate su questi monti da generazioni. Il nonno pensò forse a lei (di cui non esisteva neanche un progetto di vita) quando realizzò quella bella casa confortevole, capace di accoglierli, tutti. Lo prendevano in giro, pensavano fosse fuori di testa quando respinse quel carico “Non mi piace questo calcestruzzo, lo pagherò, ma voglio quello giusto.” Era segnato nonno Aldo dal terremoto che aveva sentito scuotergli le ossa anni prima. Da quella esperienza nacque la salvaguardia dell’intero nucleo familiare. Coincidenze fortuite, presenze angeliche, scherzi del destino: risolvono così gli amatriciani il racconto di chi è sopravvissuto.

Quella sera a casa di Aldo c’era anche la nuora e con lei gli altri suoi nipotini. Abitavano in centro, in una di quelle storiche casette con vista sul corso.  Quella notte non rientrarono, non tornarono su: rimasero per trovarsi insieme all’indomani, i cuginetti uniti per impegni degli adulti. Fu la loro salvezza. Neanche un attimo pensarono a ciò che di terribile poteva essere accaduto qualche quartiere più in là. E’ incredibile la mancanza di consapevolezza di quegli attimi, quelli necessari a nonno Aldo per arrivare alla curva dei giardini comunali scoprendo come la bella casa all’angolo non ci fosse più!!!

Ed allora via di corsa indietro per trasferire tutti al campo sportivo e mettersi alla ricerca di amici e parenti. Nel mentre suo figlio a Roma aveva ascoltato il radiogiornale e quella frase di Pirozzi aveva dato gas alla sua auto lanciata verso il paese “Amatrice non c’è più…”

Cosa vuol dire non c’è più? E i miei bambini, mia moglie, i miei genitori? Cosa vuol dire questo telefono muto che non trova più segnale…” Il vicino di casa lo aveva visto arrivare stravolto…
Ma se qualcuno quella notte era scampato alla morte, tanti altri, troppi, non ce l’avevano fatta, nonostante il prodigarsi di tante belle anime in azione. Persone che in seguito riceveranno riconoscimenti, nomine, ed altre tornate nell’ombra della quotidianità. Allora nei nostri articoli li chiamammo ‘Angeli con la divisa’ (LEGGI) ed ‘Angeli senza divisa’ (LEGGI)

Parliamo ancora con la madre di Isabella ed ogni tanto la bambina sembra voler puntualizzare, aggiungere un particolare, poi però si rifiuta di rispondere alle domande dirette “So che dovrebbe raccontare – puntualizza la donna - buttare fuori ciò che ha dentro ma non lo fa ancora.”

“Noi siamo dovuti tornare - spiega un altro genitore - avevamo scelto di trasferirci a San Benedetto, ma dopo un po’ i nostri figli sono diventati insofferenti. Volevano stare di nuovo qui, essere uniti: abbiamo sopportato disagi, il freddo dell’inverno, una casetta su ruote per iniziare, ma il nostro bambino saltava felice dicendo ‘Finalmente a casa!’

Mentre giriamo per Amatrice c’è l’attesa per questa ricorrenza sebbene in molti rivendichino ancora il diritto di ‘piangere da soli’. ‘Vorremmo una giornata di lutto totale. Negozi e ristoranti chiusi. Nessuno oltre noi. Il dolore è un sentimento intimo, ci appartiene e ci fa riconoscere.’

*I nomi sono di fantasia

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