a cura di Massimo Palozzi

Ottobre 2020

IL DOMENICALE

ALL’AQUILA IL MAXXI, A RIETI?

politica

(di Massimo Palozzi) Venerdì si sarebbe dovuto inaugurare all’Aquila il MAXXI, sede distaccata del Museo nazionale d’arte contemporanea di Roma, che in questo travagliato 2020 festeggia il decennale. A più riprese ne era stata annunciata l’apertura, ma ora è davvero tutto pronto: se la data del 30 ottobre è stata fatta slittare di una settimana per ragioni organizzative, le visite sono comunque prenotabili online per l’anteprima del 7 e 8 novembre.

Il museo è ospitato in pieno centro nel settecentesco Palazzo Ardinghelli, da poco restaurato a seguito dei danni del terremoto del 2009. L’idea di ristrutturare l’immobile era stata lanciata all’indomani del sisma dall’allora (e attuale) ministro per i Beni culturali Dario Franceschini, potendo tra l’altro godere di un cospicuo finanziamento del governo russo. Covid permettendo, fra pochi giorni le collezioni saranno dunque fruibili dal pubblico. E sebbene il momento non sia dei migliori, si tratta pur sempre di un bel segnale, perché mette insieme la solidarietà con il recupero del patrimonio storico-artistico e l’avvio di un attrattore culturale a forte valenza anche economica.

Per dare la misura dell’investimento, ancora prima del suo esordio come spazio museale Palazzo Ardinghelli ha registrato l’estate scorsa oltre 600 presenze, nonostante il contingentamento e le limitazioni imposte dalle regole per la prevenzione della diffusione dell’epidemia da coronavirus. In tutto il 2018 (in epoca ante-Covid, dunque) il Museo civico di Rieti è stato invece frequentato da appena 1431 persone, scolaresche incluse. La cifra è stata fornita lunedì dall’on. Alessandro Fusacchia, nell’ambito di un intervento mirato a ripercorrere le tappe dell’accidentatissimo e per nulla sicuro risanamento dell’ex Istituto Strampelli di Campomoro. Per una città che si presenta votata al turismo, non è esattamente un viatico incoraggiante, malgrado gli sforzi profusi in questi anni per il riallestimento architettonico del Polo di Santa Lucia.

Il dato è implacabile e rappresenta la spia di una politica poco o nulla in grado di valorizzare le risorse disponibili, preferendo andare a rimorchio delle iniziative dei privati senza una stella polare ad indicare la direzione. Del resto è una strategia più facile e redditizia per ottenere un pronto ritorno d’immagine: aderire o sostenere manifestazioni preconfezionate diventa assai più comodo che sviluppare azioni di reale promozione del territorio. I rischi connessi sono però elevatissimi, come ha impietosamente svelato la crisi sanitaria in corso. Saltata la Fiera mondiale del Peperoncino, annullata la Festa del Sole, cancellate processioni, sagre e rievocazioni, a Rieti non è rimasto granché per richiamare i turisti, con buona pace del sito internet e delle iniziative collaterali.

La pandemia ha colpito in maniera molto dura le città d’arte e la nostra non si può certo dolere più di altre per questa tragedia socio-economica. L’esempio dell’Aquila dimostra tuttavia che il lavoro mirato su obiettivi specifici riesce a mutare singole mete da visitare in traini a beneficio di un intero comprensorio, una volta associate nell’immaginario collettivo al luogo in cui si trovano.

In altri termini, Palazzo Ardinghelli, restaurato e trasformato in articolazione decentrata del MAXXI di Roma, attira all’Aquila utenti persino durante una fase complicata come quella che stiamo vivendo, mentre il centro di Rieti espone una collezione a cielo aperto di edifici abbandonati che non interessano a nessuno. Questo perché qualsiasi evento legato al territorio solo sul piano logistico, o magari affettivo, non può per limiti oggettivi caratterizzarlo appieno, dandogli la giusta riconoscibilità e rinomanza.

Nella storia locale casi del genere ricorrono spesso. Dal famoso rifiuto negli anni Cinquanta di accogliere il Festival dei Due Mondi poi dirottato a Spoleto (con i risultati che sappiamo), alla fine del Meeting di atletica, alle più o meno fugaci apparizioni di kermesse come il concorso lirico “Mattia Battistini” tra il 1979 e il 1995 o il Festival Arte Multi Visione sul finire degli anni Novanta, sono tanti gli anelli della catena di occasioni perdute o appuntamenti mancati.

Giusto una settimana fa ci trovavamo a commentare i risultati contenuti nel volume “L’Italia policentrica”, primo rapporto sulle città di media grandezza al cui interno ha trovato spazio un focus di approfondimento su Rieti. Dalla presentazione del lavoro è emerso quanta importanza i curatori della ricerca attribuiscano all’abilità di guardare con spirito proattivo ai capoluoghi vicini per stringere una sorta di alleanza civica di bacino, al di là degli stretti confini amministrativi. Il consiglio è di relazionarsi con realtà tipo Terni, Ascoli Piceno e appunto L’Aquila, in quella che viene definita con un’immagine evocativa, “strategia dell’ammagliamento”. Al contrario, la vicenda del MAXXI mostra per contrasto come Rieti resti ripiegata su se stessa, incapace non solo di allargare i propri orizzonti, ma pure di valorizzare le proprie eccellenze.

Si ricordava prima il Festival dei Due Mondi. Nel 2009 l’allora sindaco Giuseppe Emili creò un incidente diplomatico parlando di tramonto della manifestazione umbra, che sarebbe stata addirittura soppiantata dal Reate Festival. Manco a dirlo, la risposta del collega spoletino stroncò dati alla mano le incaute esternazioni di Emili, al quale poteva essere riconosciuta l’attenuante dell’amor di patria, ma non il senso della realtà.

Festival a parte, chi conosce Spoleto non può che osservare con ammirazione il sistema sotterraneo di tapis roulant, scale mobili ed elevatori che portano i pedoni ovunque nel centro storico senza alcuna fatica, se non quella di apprezzarne le bellezze dopo essere usciti all’aria aperta. A Rieti invece non si riesce a mettere in funzione un semplice ascensore tra via San Pietro Martire e piazza Cesare Battisti per un cantiere finanziato con i fondi Plus, che si sarebbe dovuto concludere nel 2016. In questi giorni l’assessore ai Lavori pubblici ha ricordato per l’ennesima volta che manca ancora un nulla osta ministeriale, a fronte di un collaudo avvenuto a dicembre 2019. È insomma sempre colpa di qualcun altro: dei predecessori, della burocrazia, del destino cinico e baro. Un refrain che percorre trasversalmente gli schieramenti politici ma che ha finora prodotto più guasti che vantaggi, senza offrire una visione di futuro limpida, lineare e soprattutto concreta.

 

01-11-2020

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