Febbraio 2021

PERSONE & PERSONAGGI

ALBERTO TOMASSONI, UN MITO DEL CALCIO REATINO

storie

di Flavio Fosso - In un momento difficile come quello attuale è arrivata la notizia della morte di Alberto Tomassoni, campione dei tempi in cui il Rieti Calcio aveva un seguito di migliaia di spettatori

Il suo nome forse è ignoto a chi ha meno di quarant’anni, ma ravviva la memoria di coloro che videro risorgere la passione calcistica dalle macerie della guerra, alimentandola per decenni prima che esplodesse in città la “fame di pallacanestro”.

Alberto nasce in una famiglia dove si mangiava pane e calcio. Il padre Tommaso aveva contribuito alla rinascita del Rieti del primo dopoguerra nel gruppo dirigente del mitico Sabatino Iacoboni; il fratello Antonio “Tonino per tutti” sarebbe presto decollato verso i campionati professionistici, mentre lui muoveva i primi passi, diciamo così, in squadre locali tra cui l’Olimpia, presieduta dal marchese Ferdinando Vecchiarelli, dove non poteva non essere notato per il talento che lo distingueva.

Il balzo verso la più importante squadra della città e della provincia lo fece in vista del campionato  di Promozione laziale 1961-62 quando fu ingaggiato dalla S.S. Rieti insieme a Nunzio Rucci (un altro grande campione, per anni capitano, poi addirittura presidente della società) e Luigi Guadagnoli.

Il momento era difficile, squadra e sodalizio, dopo il mancato passaggio alla serie superiore dell’anno prima, erano franate. A tenerle unite fu la passione di Mario Santoprete, segretario onnipresente, che convinse due giovani dirigenti Claudio Dell’Uomo D’Arme e “Neni” Serafini a mettere insieme una nuova squadra. Questi si dettero da fare con grande determinazione, operando sul “mercato” dei giocatori romani dove si mossero bene, ma incapparono anche in uno strano infortunio con un attaccante marcato stretto... dalla polizia per una sospetta rapina.

Frattanto il segretario convinse ancora l’appassionatissimo dottor Giovanni Fioravanti a rientrare in società e questi non si fece pregare ad aprire la borsa. Così fu possibile l’ingaggio dei tre giocatori che abbiamo detto e di altri. Si stava costruendo la “squadra dei miracoli” che due anni dopo avrebbe conquistato sul campo la promozione in Serie D (che valeva la Serie C attuale e forse di più).

In questa squadra Alberto Tomassoni ebbe modo di emergere come un mito omerico. In campo era incontenibile per la violenza del tiro (sinistro come Maradona) e la forza che rendeva impossibile togliergli la palla dai piedi. La sua voglia di vincere la esprimeva in tutti i modi trasferendola in tutti i modi ai compagni.

“A Ronciglione finimmo il primo tempo sotto di un gol - ci raccontò - e quando rientrammo negli spogliatoi esplose tra noi una salutare scazzottata generale. Al rientro in campo segnammo sei gol in venti minuti. Poi ci fermammo”.

Durante la fase a girone suscitò entusiasmo con le sue imprese, ma nella prima partita di finale a Formia superò se stesso: non solo segnò il gol dell’1-1, ma per una distorsione alla caviglia destra, come cura infilò il piede calzato nel secchio di acqua fredda del massaggiatore.

“Per forza - ci disse - se avessi tolto la scarpa la caviglia di sarebbe gonfiata e non avrei più potuto giocare. Sarebbe stato un disastro perché già era stato espulso Brusadin e la squadra sarebbe rimasta in nove”.

La partita di ritorno fu l’apoteosi: tremila spettatori si assieparono al ”Fassini” dove esistevano solo due tribunette costruite nell’immediato dopoguerra dai disoccupati impegnati nei lavori sociali. Chissà quanta partita avranno vista, ma alla fine giocatori e dirigenti li portarono in trionfo.

Tomassoni sarebbe stato un grande protagonista anche nel successivo campionato di Serie D, quando il Rieti fu per molto tempo impegnato nella lotta per la scalata alla Serie C. In un campionato pieno di vicende buone e cattive la sua esuberanza lo fece attore di un episodio particolare.

“A Faenza - è sempre Tomassoni che raccontò a chi scrive - fui incaricato di tirare un rigore. Pensai di segnare con un gran tiro centrale. Colpii fortissimo il pallone. Credo che l’abbiano ritrovato a Forlì”.

Alberto non accettava prepotenze, come quella volta che durante lo svolgimento di una partita della Coppa Baldan saltò fuori dal campo per difendere il padre aggredito dai tifosi romani o quella volta che in piazza Marconi affrontò da solo un gruppo di “forestieri” (praticanti l’aeroporto), che si divertivano a sparare bombe carta. Famose le sue sfuriate contro i compagni di squadra che commettevano errori clamorosi (ne seppero qualcosa i portieri Ottaviani ed Esposito).

Dopo una breve parentesi con il Formia tornò a giocare a Rieti, dove trovò squadra e società molto diverse, ma dove fu ancora protagonista per alcuni anni, prima a tentare l’esperienza di allenatore a Palombara nello stesso campionato di promozione del Rieti (1970-71, uno e uno gli scontri diretti) dove portò con sé il fratello Tonino ormai al tramonto di una lunga gloriosa carriera da professionista. Insieme fecero buone cose.

Ma il tempo passa per tutti ed anche ad Alberto toccò appendere le scarpine al chiodo e affrontare la vita reale. Lo fece con alti e bassi pagando di persona gli eventuali errori commessi.

Ora con la moglie Bruna, i tre figli, i nipoti e i parenti lo ricordiamo ancora in tanti...

...con molto affetto.

(da Format gen/feb 2021)

 

condividi su: