Aprile 2020

STORIE

25 APRILE, COSA FU DAVVERO LA LIBERAZIONE A RIETI

storia

(di Massimo Palozzi) In un’atmosfera resa surreale dall’epidemia da coronavirus, si celebra oggi il 75esimo anniversario della Liberazione. Come la Pasqua e chissà per quante altre feste ancora, la memoria degli eventi è velata dalle angosce del presente, ma sarebbe un errore lasciare che le pene odierne offuschino o sminuiscano il valore di quella ricorrenza e della sua eredità morale e civile.
Il 25 aprile ricorda il giorno del 1945 in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale nei territori ancora soggetti all’occupazione tedesca e al giogo nazifascista. A Rieti, come in altre città centromeridionali, la liberazione era avvenuta in realtà alcuni mesi prima. Sospinti delle forze alleate in risalita da sud, il 13 giugno 1944 i contingenti hitleriani erano stati costretti alla ritirata, non prima però di aver fatto saltare edifici pubblici e impianti industriali, distrutto ponti e minato strade, razziato viveri nelle campagne, secondo la tattica della terra bruciata.
Tutto questo accadeva in un città provatissima dalla guerra. Appena una settimana prima, il 6 giugno, il bombardamento angloamericano sul quartiere Borgo aveva raso al suolo parte del rione, causando la morte di 27 civili e 15 tedeschi, oltre ad un gran numero di feriti.
Per comprendere gli antefatti che portarono a tanto sfacelo, occorre tornare indietro di quasi un anno. Alla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, anche in provincia si registrano le prime manifestazioni del dissenso fino a quel momento represso con durezza. Il 27 ad Antrodoco e Borgo Velino gli oppositori distruggono le insegne del regime. Lo stesso succede a Rieti, dove dal terrazzo del comando della legione della Mvsn (le “camicie nere”) viene puntata una mitragliatrice sulla folla che si disperde prima dell’irreparabile.
È tuttavia con l’annuncio dell’armistizio di Cassibile, diffuso nel tardo pomeriggio dell’8 settembre, che prende avvio la Resistenza e la guerra di liberazione contro il nazifascismo. A Roma, il 9 i tedeschi attaccano all’improvviso il ponte della Magliana.
Nel corso della battaglia che subito si scatena, cadono numerosi civili scesi al fianco dei militari, tra cui quattro originari del Reatino.
Approfittando del generale sbandamento, quello stesso giorno i tedeschi si impossessano a Rieti dell’aeroporto e della caserma dove ha sede la Scuola allievi ufficiali. In tutta la provincia scoppiano scontri tra bande partigiane e formazioni tedesche, spalleggiate dalle autorità fasciste con il concorso dei militi rimasti fedeli a Mussolini. In gioco entrano pure le articolazioni locali della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), istituita dalla Repubblica Sociale l’8 dicembre 1943.
Le ostilità si intensificano agli inizi del 44. In primavera l’intero territorio provinciale è teatro di violenti combattimenti, con un lungo corollario di retate, deportazioni ed esecuzioni sommarie anche tra la popolazione civile. Il 31 marzo truppe tedesche conducono con l’appoggio di forze italiane della RSI un rastrellamento disposto dal prefetto Ermanno Di Marsciano a Labro, Morro Reatino e Rivodutri. Gli uomini validi vengono catturati e inviati ai lavori forzati in Germania. I paesi devastati e depredati. Nei due giorni successivi,  l'operazione si estende a Poggio Bustone, che alla fine dei saccheggi viene data alle fiamme per ordine dello stesso Di Marsciano, nominato capo della Provincia il 25 ottobre 1943, come rappresaglia per gli scontri seguiti al precedente rastrellamento di renitenti alla leva e fiancheggiatori dei partigiani attuato il 10 marzo. Chiunque tenta di fuggire è ammazzato all’istante.
Fascista della prima ora, nel tempo in cui esercitò la funzione di capo della Provincia di Rieti, Di Marsciano risulta il promotore e animatore delle operazioni di controguerriglia tra le più cruente del centro Italia. Per i reati di cui si macchiò venne inizialmente  processato in Corte d’Assise presso il Tribunale di Rieti. Il 21 giugno 1950 la Corte d’Appello di Roma lo condannò all’ergastolo, pena poi ridotta nel 1952 a trent’anni, di cui ventuno condonati per effetto dell’indulto. Fu comunque scarcerato l’anno successivo e definitivamente sgravato dalle misure di sicurezza previste per la liberà vigilata grazie all’amnistia per i reati politici del 1959.
Torniamo ora a quel cruciale 1944. Il 4 aprile a Rieti un manifesto a firma Di Marsciano annuncia ufficialmente l’avvio dell’attività partigiana, richiamando la necessità di lavorare e rispettare l’ordine per collaborare fattivamente con i tedeschi.
In quelle stesse ore a Leonessa si consuma una delle pagine più vergognose di questo pur nero periodo, con un bilancio di 51 vittime complessive. Tra il 3 e il 7 aprile prosegue infatti il rastrellamento nelle frazioni di Albaneto, Villa Pulcini e Cumulata, dove il 6 vengono fucilati i primi 12 cittadini, compreso il fratello della collaborazionista Rosa Cesaretti, la quale avrebbe voluto l’eliminazione anche della cognata, che invece viene risparmiata perché incinta.
Il giorno successivo, Venerdì Santo, si compie il più efferato dei massacri: 23 civili cadono abbattuti a colpi di mitra di fronte all’intera popolazione obbligata ad assistere all’eccidio. Alle tre del pomeriggio i prigionieri sono suddivisi a gruppi di cinque e falciati dalle raffiche alla periferia del paese. Si tratta di persone arrestate come membri del locale CLN in base ad elenchi forniti dai fascisti e a segnalazioni di delatori. Tra loro c’è il parroco don Concezio Chiaretti.
Sempre il 7 aprile, all’alba, i soldati tedeschi, con il supporto di uomini della GNR di Rieti (che alla fine della missione riceveranno un encomio solenne da parte del colonnello Ludwig Schanze, comandante delle unità impegnate sul terreno), si scontrano con una squadra di 6 partigiani: nessuno di loro sopravvive. Quindi attaccano le frazioni Gallo e San Michele Arcangelo sul monte Tancia, nel Comune di  Monte San Giovanni in Sabina. Dopo aver saccheggiato e bruciato la maggior parte delle case, a Gallo uccidono 3 anziani, mentre a San Michele prelevano i 15 abitanti rimasti: 1 vecchio, 7 donne (tra cui una al settimo mese di gravidanza) e 7 bambini, dato che gli uomini in età da lavoro vivono nascosti in montagna per evitare di essere arrestati. Dapprima li costringono a entrare nella piccola chiesa, dove rimangono segregati fino al tardo pomeriggio, quando ordinano loro di uscire. A poca distanza dalla chiesetta (successivamente distrutta)  il gruppo viene mitragliato. Dalla carneficina si salvano solo una bambina di sei anni e la sorellina, una neonata di tre mesi, che la madre era riuscita a nascondere prima dell’arrivo dei nazifascisti. Le 18 vittime appartenevano a quattro famiglie ed erano considerate in maniera del tutto infondata colluse con i partigiani.
A distanza di nemmeno due giorni, nella notte tra l’8 e il 9 aprile, a Quattro Strade si compie la strage di Pasqua, nel corso della quale i  tedeschi uccidono 15 partigiani o presunti simpatizzanti, arrestati nei giorni precedenti. I prigionieri sono prelevati dal carcere di Santa Scolastica, fucilati e sepolti in una buca creata da una bomba alleata nei pressi dell’aeroporto nel posto poi rinominato Fosse Reatine.

Il 24 aprile altri 10 innocenti vengono trucidati a Monteleone Sabino per mano dei nazisti. All’origine della rappresaglia la morte di un militare della Wehrmacht, ucciso probabilmente per motivi passionali, il cui cadavere era stato rinvenuto la mattina. Con implacabile freddezza viene applicata la regola della decimazione. A cadere sotto i proiettili dei commilitoni del soldato morto sono 9 trebulani e un uomo di Varco Sabino, solo di passaggio a Monteleone. Nel luogo della strage sorgono 11 cippi commemorativi. Oltre a quelli dedicati a ciascuno dei dieci caduti il 24 aprile, ce n’è uno pure per un uomo di Pozzaglia, fucilato senza motivo sullo stesso sito il 10 giugno seguente.
Nel corso della ritirata si verificano altre azioni di indicibile crudeltà e ferocia. Proprio nei giorni del ripiegamento, a Roccaranieri, San Lorenzo, Contigliano, Collebaccaro, Poggio Fidoni e Nespolo i tedeschi uccidono alcuni civili presi in ostaggio.
Tra le varie bande partigiane operanti in zona, aveva la sua base sulle colline di Maglianello quella guidata dal comandante Angelo Gunnella, al quale quattro anni fa l’amministrazione comunale ha dedicato un parco a Campoloniano.
Gunnella fu tra i primi a spendersi subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, compiendo azioni di guerriglia e sabotaggio. Nella sua opera di ricostruzione storiografica, Antonio Cipolloni ha ricordato come alla banda Gunnella arrivassero gli aiuti della popolazione  anche attraverso i “Monelli di guerra”, temerari ragazzini che facevano da staffette e portavano rifornimenti ai combattenti a rischio della vita.
Alla smobilitazione dei tedeschi e dei seguaci della RSI, Gunnella contribuì per tre giorni al mantenimento dell’ordine pubblico fino all’arrivo degli alleati (le avanguardie inglesi giunsero in città il 16 giugno). Con la liberazione di Rieti non smise comunque la sua Resistenza. Nel gennaio del 45 aderì alla Brigata Maiella dove militò fino alla fine della guerra. La Brigata Maiella, attiva in Abruzzo, è l’unica formazione partigiana ad essere decorata di medaglia d’oro al valore militare alla bandiera. La riluttanza di una parte dell’apparato militare, sorretta da svariati cavilli formali, determinarono il rinvio della concessione dell’onorificenza fino al 14 novembre 1963. La Bandiera decorata della Brigata Maiella è conservata nel sacrario del Vittoriano. Purtroppo Angelo Gunnella non fece in tempo a vederla perché mori prematuramente, a soli 45 anni, nel 1961. Se ne andò comunque in un giorno fatidico: l’8 settembre.
Dall’ottobre del 1943 ai primi di giugno 1944 nella nostra provincia si contarono una quarantina di episodi tra stragi, eccidi e singole uccisioni, spesso a danno di civili inermi. Si calcola che furono massacrati 172 uomini, 15 donne e 7 bambini.
Con decreto del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, il 31 marzo 2005 la Provincia di Rieti è stata decorata di medaglia  d’argento al Merito civile con la seguente motivazione: “La Comunità provinciale del Reatino resisteva, con fierissimo contegno, all’accanita furia delle truppe tedesche accampate sul suo territorio, altamente strategico per le immediate retrovie del fronte di Cassino, e partecipava, con indomito spirito patriottico ed intrepido coraggio, alla guerra di Liberazione, sopportando la perdita di un numero elevato di eroici concittadini e la distruzione di ingente parte del suo patrimonio monumentale ed edilizio”.
25-04-2020

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